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Sul lavoro da remoto e altre considerazioni minori

Ormai è evidente che il lavoro a distanza sarà il futuro.

La prima conseguenza potrebbe essere un ripopolamento dei paesi a scapito delle città e non solo, immaginatevi il contabile di una qualsivoglia azienda tedesca che potrebbe lavorare dal bordo della piscina della sua villa a Creta piuttosto che ai Caraibi.

I cambiamenti saranno notevoli:

  • sostentamento di chi lavora sugli uffici, ristorazione, trasporti, abbigliamento, affitti, ecc.;
  • spinta all’abbattimento dei salari, che saranno accettati in funzione di minori spese e di una maggiore qualità della vita per cui si sarà disposti a qualche rinuncia;
  • difficoltà di relazione lavorativa, sia in senso organizzativo (oggettiva difficoltà maggiore di relazionarsi con i colleghi), sia da parte del sindacato, che dovrà trovare nuove forme per rimanere in contatto con i lavoratori. Utilizzo della piattaforma aziendale a scopi sindacali, con tutto quello che ne consegue a livello di possibili controlli da parte del datore di lavoro;
  • diversa quantificazione e controllo dell’operato (di fatto si dovrà accettare un tipo di controllo quantitativo con sistemi tecnologici), che insieme alla difficoltà di paragonare (se i dati non verranno condivisi) della propria prestazione a quella di altri, porteranno in ambito lavorativo non manuale a potenziali incredibili discrezionalità da parte della catena gerarchica.

Quello che però sempre tutti dimenticano è che tutta questa rivoluzione tocca prevalente il lavoro intellettuale, per produrre una sedia, costruire una casa o assemblare un missile per Marte, servono ancora braccia.

La percezione è che si pensi al lavoro da remoto come qualcosa che riguarda le funzioni alte: progettazione, ricerca, ecc. mentre la pandemia ha dimostrato, che utilizzando la digitalizzazione dei documenti, sono impattati da questo processo tutti i lavori impiegatizi che non necessitano del contatto fisico con l’utente.

Il paradosso a questo punto è che la tecnologia possa abbattere il costo del lavoro intellettuale più di quello manuale, spostando fisicamente la dislocazione della sede di lavoro.

Non è un caso se il sindaco di Milano, forse a sorpresa in un momento che lo dovrebbe vedere in tutt’altre faccende affaccendato, abbia parlato di gabbie salariali legate al luogo di sede del lavoratore e non di sede della società, paventando (a stipendi invariati) un deflusso verso sud di una larga fetta di dipendenti di aziende milanesi. Flusso che determinerebbe un depauperamento della città di dimensioni difficili da quantificare: minori affitti e quindi minori introiti, con conseguente crollo dei valori immobiliari per non parlare dei consumi, dell’improvviso venir meno di domanda di scuole, prestazioni sanitarie, ecc.

Ma questo rientra ancora nel vissuto della pandemia, in effetti si è già oltre, esistono già Paesi, e non sono certo i meno avanzati, dove si stanno sperimentando algoritmi capaci di produrre sentenze, e anche se il pensiero di essere giudicati da un algoritmo crea inquietudine, potrebbe essere una incredibile conquista eliminare la discrezionalità dei giudici: la legge è uguale per tutti è scritto in ogni tribunale. Certo ci sono altri rischi ben maggiori da considerare relativamente alla strutturazione ed al controllo dell’algoritmo.

Il dato di fondo di tutte queste considerazioni apparentemente slegate e buttate giù alla rinfusa è il concetto di flusso informativo, tutti gli scenari suddetti si basano sulla possibilità di trasmissione ed utilizzo di flussi informativi. Ora, che il futuro si giocherà sulle capacità di controllo dei flussi informativi è certo, ma dov’è la novità? Non è forse così da sempre? C’è veramente bisogno di ricordare tra i tanti casi possibili, a cosa servivano effettivamente pittura e decorazioni nelle cattedrali medioevali e cosa ha significato l’invenzione della stampa?

La novità è nella nuova tecnologia utilizzata per i flussi, questa tecnologia permetterà più centri di potere potenzialmente antagonisti che permettano di ascoltare il suono di diverse campane?

Francesco Pascucci

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