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PROGETTO OR.T.I.

UN APPROCCIO ALLE CITTÀ DOVE LA DIMENSIONE URBANISTICA SI APRE AD UN PROGETTO COLLETTIVO PER LO SVILUPPO DI UN NUOVO WELFARE URBANO

Nella società odierna prevale la logica corrosiva della divisione, dell’individuazione del nemico da combattere, del rancore che impedisce il dialogo e la comprensione reciproca, della paura che chiude in difesa del presente.

Si tratta di costruire il luogo “futuro” in cui collocare capacità e specificità in coerenza con le trasformazioni del mondo che cambia. Un luogo che abbia tutta la forza di attrarci verso di sé, perché rappresenta ciò che possiamo e vogliamo diventare.
Bisogna evitare, però, un atteggiamento meramente difensivo che nega le straordinarie opportunità del mondo nuovo che viviamo e mette al centro esclusivamente i rischi e le incognite che le trasformazioni in corso determinano. È necessario assumere una visione positiva, ottimistica, fiduciosa e realistica, con un rigoroso approccio razionale. E prestare attenzione, studiare e incoraggiare le innumerevoli esperienze di autorganizzazione della società civile con cui gruppi di cittadini perseguono spontaneamente la loro emancipazione.
Bisogna evitare, però, un atteggiamento meramente difensivo che nega le straordinarie opportunità del mondo nuovo che viviamo e mette al centro esclusivamente i rischi e le incognite che le trasformazioni in corso determinano.
In un componimento poetico di Pier Paolo Pasolini intitolato “Meditazione orale” c’è scritto: “Non si piange su una città coloniale”. “Coloniale” sta per “insediata da una classe dirigente esterna che impone un cambiamento brusco nella storia della città”. Un cambiamento che si è rivelato come falsa modernizzazione.
Dagli anni ‘70 al Duemila, la città coloniale è diventata la città statale che si è espansa in modo caotico e si è terziarizzata in modo spurio. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica e digitale è diventata polo attrattivo dei flussi migratori e luogo privilegiato di estrazione continua di valori, di monetizzazione dei dati personali dei cittadini da parte di grandi gruppi sotto lo sguardo inerme della Pubblica Amministrazione.
Bisogna però essere consapevoli che “cittadinanza” è autogoverno e sovranità digitale.
Dobbiamo poter accedere alla conoscenza come bene comune, agli open data e alle infrastrutture digitali pubbliche basate su algoritmi ad alto impiego di dati, in modo da ripensare il welfare del futuro (per godere di servizi più equi e innovativi) e le modalità della crescita sostenibile per le nostre città. Dobbiamo tendere ad acquisire padronanza di tutto quello che ci circonda.
Cittadinanza è intreccio di merito (esigenza di padronanza ed emancipazione) e bisogno (esigenza di essere guidati e sentirci protetti). Una volta, questi due ambiti erano completamente distinti, con politiche differenti e rappresentanze sociali separate. Oggi le esigenze di padronanza ed emancipazione, di trovare una guida e delle tutele, convivono nei singoli individui. E pertanto occorrono azioni trasversali, territoriali e interdisciplinari.
Si tratta di realizzare nuove forme di vita di comunità e di vicinato.
Preliminarmente, con un’azione di accompagnamento delle persone e dei gruppi nel trovare forme più adulte e responsabili (più libere) di esprimere i propri bisogni e interpretare i propri desideri.
Successivamente, con azioni di promozione di:
a) “sportelli-guida” intesi come catalizzatori di interventi, per svolgere, da un lato, il ruolo di raccolta delle informazioni riguardanti iniziative, prestazioni e servizi di prossimità presenti nel territorio e, dall’altro, il ruolo di informazione, sensibilizzazione e comunicazione ai cittadini e ai gruppi;
b) “mercati-guida” intesi come reti di economia civile che si generano attraverso lo sviluppo delle relazioni (es. i servizi di orti sociali che sollecitano la nascita di farmer market e di gruppi di acquisto solidali, in collaborazione con produttori agricoli locali, ecc.).

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