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La transizione ecologica delle campagne italiane passa dall’agroecologia

 

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Legambiente: «L’allevamento incide per 2/3 sulle emissioni dell’intero settore, occorre incentivare i modelli di buone pratiche sostenibili»

L’agricoltura italiana sta cambiando profondamente sotto la pressione del riscaldamento globale – con circa 14 miliardi di euro in danni nell’ultimo decennio, e coltivazioni di frutta tropicale raddoppiate in tre anni –, ma al contempo contribuisce ad alimentare la crisi climatica.

Nonostante le campagne siano tradizionalmente associate a paesaggi bucolici e rispetto della natura, nessuna attività è a impatto zero: nel nostro Paese il settore primario è responsabile per il 7% delle emissioni di gas serra e assorbe oltre il 50% dei consumi d’acqua, mentre gli allevamenti da soli sono al secondo posto per le emissioni di un importante inquinante atmosferico come il particolato. Senza dimenticare che l’Italia è tra i principali importatori di soia, e con essa “importa” anche la deforestazione di Paesi come Argentina e Brasile.

Allargando il campo d’osservazione a livello internazionale, i dati peggiorano ancora. Nell’ultimo decennio l’Ue ha sprecato oltre 100 miliardi di euro per la decarbonizzazione del comparto, e a livello globale gli ultimi dati Fao mostrano che l’intera filiera agroalimentare è responsabile per ben il 31% delle nostre emissioni climalteranti (studi precedenti indicavano una forbice tra 21 e 27%).

Per migliorare non c’è altra strada che partire dalle nostre campagne, puntando decisamente sull’agroecologia come indicano oggi Legambiente e Wwf.

Il Cigno verde ha aperto oggi a Roma il III Forum nazionale agroecologia circolare, presentando la sua road map sull’agroecologia al 2030 che ha al centro quattro temi chiave – sostenibilità ambientale delle filiere, innovazione, ricerca, cura del territorio – e dieci azioni su cui occorre accelerare da qui ai prossimi anni. In particolare sarà fondamentale innalzare l’asticella: potenziando la diffusione della produzione biologica per ridurre l’uso dei pesticidi, creando dei biodistretti punto di svolta strategico per la transizione ecologica dell’intero comparto agroalimentare, replicando sul territorio le buone pratiche agronomiche, tutelando la biodiversità, garantendo la fertilità del suolo.

Secondo Legambiente sarà poi importante tagliare la dipendenza dalle fonti fossili utilizzando le rinnovabili (dal solare termico, al fotovoltaico, fino alla produzione di biogas e biometano), incentivare l’agrivoltaico come strumento per sviluppare energie rinnovabili abbinandolo in modo sinergico alle tecniche colturali, senza consumare suolo e nell’ottica della multifunzionalità; contrastare la lotta agli sprechi idrici ed energetici (sia attraverso buone pratiche colturali e sistemi di microirrigazione che attraverso l’uso di acque reflue civili depurate sia attraverso gli impianti agrivoltaici integrati con la produzione agricola); spingere sull’innovazione tecnologica delle attrezzature agricole in chiave sostenibile e sulla diffusione di presidi territoriali adibiti alla formazione ed informazione degli agricoltori rispetto alle modalità tecniche di attuazione del modello agroecologico.

All’indomani dell’approvazione definitiva della Pac, l’agroalimentare italiano, conosciuto in tutto il mondo, va accompagnato sulla strada dell’agroecologia, rispettando quanto previsto dalla strategia europea Farm to fork al 2030.

Per questo Legambiente, oltre a tracciare la road map al 2030 sull’agroecologia, torna anche a sottolineare l’urgenza di approvare al più presto la legge sul biologico, ancora ferma alla Camera,  del nuovo Pan (Piano nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari), e un maggiore impegno da parte dell’Esecutivo nella definizione del Piano strategico nazionale (Psn) per l’agricoltura italiana destinando il 30% del budget del primo pilastro agli eco-schemi, ponendo l’obiettivo del 40% di superficie biologica entro il 2030 e puntando sul sostegno mirato alle scelte agroecologiche che favoriscono la transizione.

«Il settore agricolo – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è responsabile di circa il 10% delle emissioni di gas serra dell’Unione europea. La transizione ecologica può e deve passare anche attraverso questo comparto, intraprendendo con determinazione la strada per ridurre gli input negativi chimici, idrici ed energetici e i metodi intensivi in ambito agricolo e zootecnico. Proprio l’allevamento incide per 2/3 sulle emissioni dell’intero settore: occorre favorire e incentivare gli esempi e i modelli di buone pratiche sostenibili, che pongono al centro la riduzione dei carichi emissivi, l’indipendenza mangimistica, puntando sull’approvazione di un’etichetta specifica, che definisca chiaramente il rispetto del benessere animale quale indicatore ombrello per i consumatori. Siamo convinti che dall’agroecologia arrivi la ricetta per garantire la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiere agoalimentare».

Le potenzialità ci sono tutte: già oggi la nostra Penisola è tra i 10 maggiori produttori di cibo biologico a livello mondiale, in Europa si colloca al primo posto per numero di occupati nel settore con i suoi 80.000 operatori biologici e con gli attuali 2 milioni di ettari, che rappresentano il 15,8% della superficie agricola, circa il doppio della media europea che si attesta all’8,1%. Non solo: dal 2010, la superficie coltivata ad agricoltura biologica nel nostro Paese è aumentata di oltre il 79%, il numero degli operatori del settore di oltre il 69% e nel 2020 il mercato del biologico ha raggiunto i 6,9 miliardi, di cui 4,3 miliardi relativi al mercato interno, più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.

«Le strategie europee Farm to Fork e Biodiversità chiariscono in modo evidente gli obiettivi da raggiungere entro il 2030: dalla riduzione del 50% dei pesticidi, del 20% dei fertilizzanti, del 50% degli antibiotici, al raggiungimento del 10% delle aree agricole destinate ai corridoi ecologici per tutelare la biodiversità – ricorda Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente – Per mettere in atto una vera transizione occorre sanare due criticità: il fenomeno dell’abbandono delle terre coltivate (5,4 milioni di ettari perduti negli ultimi 20 anni, pari alle superfici di Liguria, Piemonte e Lombardia messe insieme) e la mancanza di giovani agricoltura (in Europa, il 56% degli agricoltori ha più di 55 anni, mentre solo il 6% ne ha meno di 35). L’agricoltura è un settore strategico per la Penisola e per l’intera Unione, da qua passa il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno. Serve che ciascuno faccia la propria parte, tenendo sempre presente che le nostre scelte alimentari sono responsabili del 37% delle emissioni globali di gas serra».

Sulla stessa linea gli ambientalisti del Panda, col Wwf a sottolineare che la legge nazionale sull’agricoltura biologica è ferma alla Camera dei Deputati dopo aver concluso il suo iter, il nuovo Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari è scomparso dai radar, mentre il vecchio Piano è scaduto dal febbraio 2019; al contempo L’agricoltura biologica è marginalizzata nella redazione del Piano strategico nazionale della Pac post 2022. Come invertire la rotta?

«Il Wwf – spiegano gli ambientalisti – ritiene realistico per l’Italia puntare al 30% della superficie agricola utilizzata (Sau) certificata in biologico entro il 2027, termine della nuova programmazione della Pac post 2022, per puntare al 40% della Sau entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso servono non solo risorse finanziarie adeguate, garantendo almeno 900 milioni di euro/anno nella futura PAC attuata in Italia attraverso il Piano strategico nazionale, ma anche adeguati strumenti normativi e tecnici. Per questo il Wwf rivolge un appello alla Camera dei Deputati per la rapida approvazione della legge nazionale sul biologico prima del semestre bianco determinato dalla prossima elezione del nuovo Presidente della Repubblica e chiede ai ministeri competenti (Agricoltura, Transizione Ecologica e Salute) la presentazione ed attuazione del nuovo Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, recependo l’obiettivo della riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi entro il 2030, iniziando dall’eliminazione del diserbo chimico, a partire dalle produzioni dell’agricoltura integrata. L’Italia non può permettersi il lusso di perdere il treno della transizione ecologica della sua agricoltura».

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