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La disinformazione e la polarizzazione delle opinioni ostacolano la protezione della biodiversità

 

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Con lo studio “Understanding and avoiding misplaced efforts in conservation”, pubblicato recentemente su FACETS da un team di ricercatori canadesi, keniani, statunitensi e svedesi guidato Adam Ford e Clayton Lamb del Department of Biology dell’università della British Columbia – Kelowna, lancia l’allarme su un argomento che non viene discusso molto spesso nel contesto della salvaguardia della natura: la disinformazione che porta alla “conservazione fuori luogo”.

I ricercatori provenienti da 6 università di 3 continenti  spiegano come le azioni di alcuni scienziati, di gruppi animalisti e protezionisti e di parte dell’opinione pubblica stiano erodendo gli sforzi per preservare la biodiversità: «La polarizzazione minaccia gli approcci cooperativi alla risoluzione dei problemi e al processo decisionale, mentre informazioni interpretate erroneamente o false distolgono l’opinione pubblica e i responsabili delle decisioni dall’agire in base a bisogni urgenti e possono sprecare risorse nel farlo. La conservazione della biodiversità è una sfida significativa a livello globale e, per avere successo, richiede cooperazione e prove. Tuttavia, il successo nella conservazione può essere influenzato da azioni che minano la cooperazione e le prove, ad esempio la polarizzazione e la disinformazione»..

Ford sottolinea che «I risultati, non le intenzioni, dovrebbero essere la base del nostro modo di vedere il successo della conservazione. La disinformazione relativa ai vaccini, al cambiamento climatico e ai collegamenti tra fumo e cancro ha reso più difficile per la scienza creare politiche migliori per le persone. Armonizzare le informazioni per attaccare altri gruppi ci impedisce di avere la capacità di risolvere problemi che riguardano quasi tutti. Volevamo sapere se queste questioni rappresentavano un problema anche per le persone che lavorano per la conservazione della biodiversità. La conservazione non è perfetta e le cose possono andare storte. A volte le persone hanno buone intenzioni e il danno ne deriva per caso. A volte le azioni delle persone sono molto più sinistre».

Lo studio si basa sulla ricerca in corso nel campus Okanagan dell’Università della British Columbia, un hub innovativo per la ricerca e l’apprendimento fondato nel 2005 in collaborazione con la Syilx Okanagan Nation, nel cui territorio, nella splendida Okanagan Valley della British Columbia, è stato costruito il campus.

Nello studio i ricercatori ricordano che «I vantaggi di approcci alla conservazione cooperativi e basati sull’evidenza sono ben descritti e sono generalmente considerati essenziali per ottenere miglioramenti nella conservazione. Questi approcci costruiscono una politica basata sulle prove e integrano le dimensioni olistiche della pratica di conservazione, inclusi i ruoli di governo, politica, giustizia sociale ed ecologia fondamentale. Tuttavia, l’adozione di questi concetti è lontana dalla pratica universale. E’ necessario comprendere meglio e quindi affrontare le pratiche che vanno contro il corpus di conoscenza che ha descritto i percorsi per una pratica di conservazione efficace».

I ricercatori evidenziano che, a causa della pandemia di Covid-19, «La società sta assistendo a una delle più grandi e rapide mobilitazioni di attenzione scientifica e di politica pubblica nella storia» e che «Insieme all’urgenza e alla portata di questa crisi, stanno rapidamente emergendo insegnamenti sul ruolo fondamentale dell’integrità e della responsabilità scientifica e sulla necessità di una comunicazione accurata tra scienza, politica e opinione pubblica. La scienza della conservazione trarrà vantaggio da queste lezioni poiché la società continua a far fronte all’accelerazione delle estinzioni globali. L’articolazione dei meccanismi e delle soluzioni contro la conservazione fuori luogo contribuirà a garantire che gli sforzi per ripristinare e proteggere la biodiversità abbiano successo».

Per far comprendere meglio come la polarizzazione e la disinformazione influiscono sulla biodiversità, i ricercatori hanno coniato il termine “conservazione fuori luogo” e spiegano che «La conservazione fuori luogo è distinta da altre attività umane, che sono anche minacce dirette alla biodiversità, come la perdita di habitat o il sovrasfruttamento. Il concetto di conservazione fuori luogo si concentra sulle attività in cui le risorse di conservazione vengono spese per un’attività impropria, inadeguata o indegna mentre il risultato previsto di tale attività era: (i) mantenere o ripristinare la biodiversità, ma questo risultato è ostacolato dalla mancanza di cooperazione e prove e (ii) per impedire intenzionalmente l’uso della cooperazione e delle prove nel contesto della conservazione. Per questi motivi, la conservazione fuori luogo deriva dalle influenze sottostanti combinate di polarizzazione e disinformazione sulle attività di conservazione. Articolando il concetto di conservazione fuori luogo, speriamo di fornire un quadro per aiutare a superare gli ostacoli ad azioni di conservazione più efficaci».

Lo studio ricorda che «La conservazione fuori luogo si verifica anche quando le azioni mirano a impedire il successo della conservazione. Questo intento dannoso potrebbe, ad esempio, comportare l’attacco alla credibilità di uno scienziato avversario quando linee di prova concorrenti fanno parte di un conflitto tra le parti interessate. Ad esempio, Hmielowski et al. (2014) hanno scoperto che quando i media tradizionali lavorano per diminuire deliberatamente la fiducia negli scienziati, aumenta l’incertezza che il riscaldamento globale stia accadendo. Dare uguale peso alle opinioni dissenzienti, spesso un segno distintivo del giornalismo, senza considerare le competenze può ulteriormente esacerbare la credibilità della scienza e portare a politiche che non sono coerenti con le migliori prove disponibili per risolvere i problemi».

Lo studio fa molti esempi di buone intenzioni finite male in tutto il mondo, compreso il noto caso dei cervi  Huemul o guemal (Hippocamelus Leuckart), nel Parque Nacional Patagonia in Cile, istituito nel 2018. Lamb racconta: «Abbiamo esaminato un caso in cui l’obiettivo principale di un parco appena istituito era proteggere il cervo Huemul in via di estinzione. L’obiettivo era quello di rendere un po’ meglio il territorio per questi cervi, nella speranza di aumentarne la popolazione. Per farlo, hanno rimosso il bestiame domestico (soprattutto pecore, ndr) dal parco e, di conseguenza, i predatori naturali presenti nel sistema (volpi e puma, ndr) hanno perso la loro usuale fonte di cibo e hanno mangiato molti cervi, causando un ulteriore calo della popolazione. E’ un caso da manuale di conservazione fuori luogo».

Per quanto riguarda la condivisione di informazioni sbagliate riguardo alla caccia all’orso grizzly nella British Colunbia. Ford spiega: «Quando vediamo politiche a livello di provincia (la British Columbia, ndr) come il divieto della caccia ai grizzly, queste vanno contro i desideri di alcune comunità locali in alcune parti della provincia e scegliere di ignorare le loro prospettive sta danneggiando le relazioni e alienandoci partner di cui abbiamo bisogno che stiano con noi per proteggere la biodiversità». Per lo scienziato canadese, «L’utilizzo di un approccio “grande tenda” può aiutare a combattere alcuni dei problemi. Dobbiamo lavorare insieme sul 90% degli obiettivi che condividiamo in comune, invece di concentrarci sul 10% delle questioni sulle quali non siamo d’accordo. Ci sono molte vittorie evidenti per le persone e la fauna selvatica che aspettano di essere attuate adesso, dobbiamo lavorare insieme per realizzarle».

Lamb indica altri casi, come le petizioni firmate in massa contro lo spinnamento degli squali in Florida, dove questa pratica era già stata vietata, distogliendo così l’attenzione da altre petizioni promosse f dalla NOAA per salvaguardare davvero alcune specie di squali vittime della sovrapesca o delle catture accidentali.

Un altro caso è quello della massa a dimora specie di euforbia per aiutare a rifornire l’habitat per le farfalle monarca. Ma è stata piantata anche  specie di euforbia che non è originaria dell’areale temperato delle farfalle monarca. Di conseguenza, le monarca hanno interrotto la loro migrazione e sono state esposte a tassi più elevati di parassiti delle uova. L’esposizione a questa euforbia non autoctona ha creato una minaccia diretta per le farfalle monarca».

Qualcosa di smile al caso dell’euforbia non autoctona si può rintracciare nella recente consapevolezza della necessità di salvaguardare gli impollinatori si è concentrata in gran parte sulle campagne per “salvare le api”. Tuttavia si è fatto confusione tra impollinatori nativi e api non autoctone gestite. I ricercatori evidenziano che «Le api allevate contribuiscono al declino della biodiversità autoctona attraverso lo spillover di patogeni e la competizione per il nettare floreale». Le politiche su larga scala per preservare gli impollinatori, come il Pollinator Partnership Action Plan, si concentrano sugli usi del suolo e sui divieti di pesticidi a beneficio delle api mellifere non autoctone a scapito delle specie autoctone di bombi. Lo studio fa notare che «Mentre la conservazione delle api selvatiche è una preoccupazione all’interno del loro areale nativo, un sostegno disinformato a questi “insetti bestiame” e alle  specie selvatiche non autoctone in tutto il Nord America minaccia gli impollinatori nativi che sono veramente a rischio di estinzione».
Un altro esempio disastroso è quello degli stock di salmone kokanee (Oncorhynchus nerka), nel lago Okanagan della British Columbia, che erano in calo già negli anni ’50 . L’introduzione pianificata del gambero esotico mysid (Mysis relicta) nel 1966 puntava a fornire cibo ai salmoni autoctoni per incrementare la pesca. Ma i gamberetti sono stati in grado di sfuggire alla predazione del salmone migrando lungo colonna d’acqua, dove sono entrati in competizione per il plancton con gli avannotti di kokanee. Così, l’introduzione dei gamberetti mysid ha ridotto il cibo per i giovani salmoni, riducendone  il reclutamento e accelerando il declino della pesca del salmone. Alla fine si sono dovute attuare costose misure di controllo per ridurre il numero dei gamberetti  mysid».

Poi c’è l’inquinamento della plastica in mare e i ricercatori dicono che le soluzioni tecnologiche per rimuovere i rifiuti oceanici che vanno per la maggiore, in realtà potrebbero non interessare l’area dell’oceano dove si verifica la maggior parte dell’inquinamento, cioè le profondità). Inoltre, gli attuali approcci all’inquinamento da plastica «Potrebbero aver creato una verità conveniente per distrarre la politica ambientale da minacce più gravi e urgenti», come la decarbonizzazione dell’economia.

Lo studio  sottolinea che «Il superamento di questi discorsi distraenti sulla conservazione non richiederà solo una scienza efficace, ma anche un’efficace comunicazione della conoscenza per supportare i cambiamenti comportamentali. Come per le altre dimensioni della conservazione fuori luogo, i sostenitori diventano male informati quando le prove non vengono comunicate chiaramente o utilizzate in modo appropriato. Questo sostegno disinformato può essere il risultato di una leadership della conservazione che non riesce a “fare i compiti” bene su come concentrare al meglio gli sforzi delle persone coinvolte in risultati positivi per la biodiversità. Gli sforzi per collegare meglio la biologia della conservazione e le scienze sociali della conservazione (inclusa la scienza della comunicazione) sono fondamentali per convogliare informazioni chiare e accurate ai sostenitori».

Lamb conclude: «Quel che probabilmente migliorerà la cooperazione tra le parti aumenterà anche l’uso di approcci basati sulle prove per la conservazione e, infine, sopprimerà la diffusione della disinformazione e l’avvenire della polarizzazione. Sebbene stiamo assistendo ad alcune iniziative di “conservazione fuori luogo”, in molti di questi casi stiamo anche riscontrando una cura genuina e una buona energia comunitaria: dobbiamo solo trovare un modo per sfruttare questa energia nella giusta direzione».

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