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Gli alberi sono tornati a crescere, ma metà delle specie arboree europee è a rischio estinzione

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«Di 454 specie arboree selvatiche censite nel Vecchio continente sono 181 quelle classificate come a rischio estinzione, delle quali 162 vivono solo sul suolo europeo e in nessun’altra parte del mondo».

Nonostante negli ultimi 10 anni il pianeta abbia perso 940mila chilometri quadrati di foreste, un territorio vasto come quello dell’intero Egitto, in Italia e in Europa gli alberi sono tornati in costante aumento. Negli ultimi quarant’anni le foreste europee sono aumentate del 43%, mentre in Italia hanno raggiunto quota 10,9 milioni di ettari: si tratta di una crescita del 72,6% rispetto al 1936 (e del 4,9% rispetto al 2015), che ha portato oggi gli alberi a coprire il 36,4% della superficie nazionale. Una buona notizia che si abbina però a un preoccupante rischio estinzione per circa la metà delle specie arboree europee.

«Di 454 specie arboree selvatiche censite nel Vecchio continente – spiega Cesare Avesani Zaborra, direttore scientifico del Parco Natura Viva – sono 181 quelle classificate come a rischio estinzione, delle quali 162 vivono solo sul suolo europeo e in nessun’altra parte del mondo. A queste se ne aggiungono 57 alle quali non è stato possibile assegnare uno stato di conservazione e che porterebbero oltre il 50% il numero dei colossi vegetali in pericolo. Ma non è tutto: “gli alieni” hanno attaccato a vario titolo il 38% delle specie, superando la deforestazione e il consumo di suolo nella determinazione delle cause di scomparsa».

È il caso ad esempio dell’ippocastano, che viveva in Europa ben prima dell’ultima era glaciale, diffuso in Italia fino ai 1200 metri; oggi questa specie sopravvive con una popolazione totale inferiore ai 10mila esemplari, assediata in tutto l’areale dalla Cameraria ohridella, un lepidottero di provenienza sconosciuta che scava profonde gallerie nella lamina fogliare, provocando il disseccamento dell’intera pianta. Stessa sorte tocca al frassino maggiore, anch’esso diffuso in tutta la nostra Penisola, asserragliato da un fungo che da solo causa la mortalità del 75% degli esemplari di questo albero; e come non ricordare la Xylella asiatica, che dal 2013 fa strage di ulivi nel Meridione.

«L’azione degli “alieni” – prosegue Avesani Zaborra – non è solo diretta ma si manifesta anche per via indiretta: la diffusione di specie arboree ornamentali alle quali le nostre soccombono e la diffusione di animali esotici tanto nelle aree forestali che in quelle urbane, amplificano quella che è diventata una vera e propria piaga». E come accade per gli animali, anche per gli alberi vale una parola d’ordine: «Mitigare l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi».

Anche perché non bisogna dimenticare che negli ultimi 12.000 anni circa (ovvero dalla nascita dell’agricoltura) il numero di piante è crollato del 46% – il numero stimato di alberi sulla Terra è attualmente di circa 3.000 miliardi – e che ancora oggi vengono tagliati circa 15 miliardi di alberi all’anno. Si tratta di un intero esercito di preziosi alleati contro il cambiamento climatico che ogni anno viene a mancare.

Come ricordano dal Wwf, infatti, grazie al processo di fotosintesi gli alberi hanno un ruolo importante in alcuni cicli biogeochimici fondamentali per la vita sulla Terra, come quelli dell’ossigeno e del carbonio: con la loro semplice esistenza costituiscono importanti accumulatori del diossido di carbonio (CO2) che si trova nell’atmosfera e il cui incremento dovuto all’azione umana sta creando il cambiamento climatico attuale. Al contrario, gli alberi possono aiutare a mitigare il riscaldamento climatico, e alcune specie – riportate dal Wwf sulla base dei dati messi in fila dall’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr – in particolare:

  • Olmo comune (Ulmus minor), capacità alta di accumulare CO2 atmosferica (2,8 tonnellate nell’arco di 20 anni, così distribuiti 103 kg/ annui per i primi 5 anni e 155 Kg/annui per i successivi 15) – alta capacità potenziale di assorbire gli inquinati gassosi – medio potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Cerro (Quercus cerris), capacità alta di accumulare CO2 atmosferica (3,1 tonnellata nell’arco di 20 anni, 102 kg/annui per i primi 5 anni e 170 Kg/annui per i successivi 15 anni) – alta capacità di assorbire inquinanti gassosi e medio potenziale nella cattura di polveri sottili.
  • Tiglio nostrano (Tilia plathyphyllos), capacità alta di accumulare CO2 (2,8 tonnellate nell’arco di 20 anni, 103 kg/annui per i primi 5 e 155 Kg/annui per i successivi 15) – alta capacità di assorbire gli inquinanti gassosi e alto potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Acero campestre (Acer campestre), capacità media di accumulare CO2 (1,9 tonnellata nell’arco di 20 anni, 75 Kg/annui per i primi 5 anni e 105 kg/annui per i successivi 15 anni), media possibilità di assorbire inquinanti gassosi, medio potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Ginko (Ginkgo biloba), capacità alta di accumulare CO2 (2,8 tonnellate nell’arco di 20 anni, 103 kg/annui per i primi 5 anni e 155 kg/annui per i successivi 15 anni), alta capacità potenziale di assorbire gli inquinanti gassosi e alto potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Bagolaro (Celtis australis), capacità alta di accumulare CO2 (2,8 tonnellate nell’arco di 20 anni, 103 kg/annui per i primi 5 anni e 155 kg/annui per i successivi 15 anni), alta capacità potenziale di assorbire gli inquinanti gassosi e alto potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Frassino comune (Fraxinus excelsior), capacità alta di accumulare CO2 (2,8 tonnellate nell’arco di 20 anni, 103 kg/annui per i primi 5 anni e 155 kg/annui per i successivi 15 anni), alta capacità potenziale di assorbire gli inquinanti gassosi e medio potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • Ontano nero (Alnus glutinosa), capacità alta di accumulare CO2 (2,6 tonnellate nell’arco di 20 anni, 97 kg/annui per i primi 5 anni, 104 kg/annui per i successivi 15 anni), alta capacità potenziale di assorbire inquinanti gassosi e medio potenziale di cattura delle polveri sottili.
  • link all’art.

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