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Cambiare la governance delle infrastrutture date in concessione?

Lo si può e lo si deve fare al più presto, nell’interesse di tutti

I crolli del Ponte Morandi e del viadotto dell’autostrada Savona-Torino rappresentano solo gli eventi più eclatanti di una situazione frutto di due principali fattori: la spregiudicata, preminente e sistematica ricerca del profitto delle imprese concessionarie, da una parte, e, dall’altra, l’inadeguatezza di politici e burocrati, incapaci di definire contrappesi atti a tutelare i cittadini dagli eccessi di un capitalismo eminentemente predatorio, per nulla sensibile al bene comune.

In realtà, a ben vedere, il fenomeno in sé è ampiamente diffuso, estendendosi a grandi opere e a servizi a rete oramai decisivi per la qualità della vita. Tuttavia, esso assume connotati particolarmente rovinosi, fonte di giusta indignazione, quando si manifesta in termini di cattiva gestione e carenza di controlli relativamente a infrastrutture dichiaratamente al servizio della collettività, innanzitutto se provoca vittime e se, nel complesso, incide sulla sicurezza di un territorio sempre più fragile ed esposto agli incipienti cambiamenti climatici.

Situazione, quest’ultima, in larga misura riconducibile alle scelte scellerate operate negli ultimi decenni dalle amministrazioni pubbliche centrali e locali.

Le regole che disciplinano i rapporti d’affari tra pubblico e privato, specie quando hanno ad oggetto opere di uso generalizzato – e dunque dall’elevato valore – dovrebbero salvaguardare nel massimo grado gli interessi collettivi, al meglio delle possibilità tecniche e giuridiche.

Ma spesso, troppo spesso, così non è.

Vuoi per inettitudine o insufficiente preparazione dei burocrati, vuoi per le pressioni esercitate sui politici dai vari potentati, vuoi ancora per il fenomeno che va sotto il nome di “cattura del regolatore”, le concessioni si scandiscono secondo schemi palesemente squilibrati a svantaggio dei cittadini, o, quand’anche non appaiano tali sin dall’inizio, scarseggiano nel durante di strumenti legali capaci di intercettare ed incidere con immediatezza su anomali comportamenti del concessionario.

E i risultati, ahinoi, sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa, in concreto, è possibile fare per correggere questo scenario?

Si discute molto, e da tempo, di “riforme strutturali”, vale a dire di interventi decisivi per correggere quello che nel nostro Paese produce guasti, salvo poi intervenire con misure che appaiono meri palliativi, o che addirittura – complici la fretta e l’inadeguato coinvolgimento delle parti sociali – contribuiscono a generare ulteriori problemi senza realmente risolvere i vecchi; insomma, misure adottate con il preminente intento di accontentare un’opinione pubblica incessantemente stimolata da una campagna elettorale senza quartiere.

Eppure, per quanto concerne il tema che qui ci occupa, la soluzione sarebbe davvero a portata di mano.

Esiste, ed è da tempo applicato con successo in altri contesti, un dispositivo di governance estremamente potente, in grado di assicurare che la condotta di coloro che possiedono poteri gestori sia costantemente allineata agli impegni assunti verso gli stakeholder, vale a dire: verso i portatori di legittimi interessi (si badi che la qualifica di “legittimi” è essenziale, perché in mancanza anche le mafie, e non solo, potrebbero accampare diritti …).

Si tratta del modello di gestione che va sotto il nome di “duale”, adottabile dalle società di capitali a mente del Codice civile, nell’ambito del quale con sufficiente chiarezza sono conferiti compiti, poteri e responsabilità agli organi amministrativi e a quelli di vigilanza e controllo.

La novità rispetto al sistema tradizionale consiste nella separatezza delle attribuzioni funzionali tra gli organi collegiali: Consiglio di sorveglianza, eletto dall’Assemblea; Consiglio di gestione, nominato dal Consiglio di sorveglianza e – laddove previsto dalla legge o dallo statuto – dallo Stato o da enti pubblici. A tale configurazione fa riscontro una diversa perimetrazione del ruolo del Collegio sindacale, come pure dell’Assemblea degli azionisti che risente della diversa morfologia dell’assetto di governance; infatti, talune prerogative del tradizionale modello monistico, sono trasferite al Consiglio di sorveglianza, come l’approvazione del bilancio, ma non la ripartizione degli utili.

Nella sostanza, il Consiglio di sorveglianza, al quale compete di fatto la definizione delle linee di indirizzo e l’approvazione del piano strategico in quanto attuazione dell’oggetto sociale, esercita una supervisione pressoché quotidiana sulle decisioni e sugli atti compiuti dal Consiglio di gestione, con potere di revoca immediata sia per giusta causa sia per il venir meno del rapporto fiduciario. Gli eventuali componenti incaricati dallo Stato o da enti pubblici possono essere revocati esclusivamente dal soggetto che li ha nominati.

Laddove il Consiglio di sorveglianza eccepisca la giusta causa, ha la facoltà (se non l’obbligo) di avviare l’azione sociale di responsabilità per il risarcimento dei danni prodotti dai detentori delle deleghe operative.

Le conseguenze di questo diverso assetto sono facilmente intuibili: la responsabilità delle scelte generali di allocazione delle risorse e delle priorità di intervento sono in capo al Consiglio di sorveglianza, mentre solamente la corretta, tempestiva esecuzione di dette scelte attiene alle competenze dei Consiglieri delegati.

In tal modo, risulta estremamente più agevole inquadrare le responsabilità di ciascuno, atteso che il Consiglio di sorveglianza possiede tutte le prerogative per seguire – momento per momento – lo svolgimento delle operazioni e rilevarne i risultati, e che oltretutto, assieme alla colpa per carente controllo (culpa in vigilando), risulta strutturalmente depositario della responsabilità per l’eventuale incompetente selezione dei Consiglieri delegati (culpa in eligendo).

fotoeffetti.com__final_518101055874474486_Il sistema dualistico nasce in Germania, dove è obbligatorio per le società di grandi dimensioni o per quelle di rilevanza sociale, e si accompagna anche ai meccanismi di partecipazione alla governance delle rappresentanze dei lavoratori.

In Italia, le modifiche introdotte nel diritto societario lo renderebbero subito applicabile.

Sarebbe probabilmente la migliore soluzione possibile per avviare quell’attesa profonda riforma che, con idonea dotazione di strumenti del diritto, riporti la conduzione delle infrastrutture, delle grandi opere e dei servizi a rete entro i canoni di accettabilità – oggi palesemente disattesi – in ordine al rispetto di interessi diffusi e, in definitiva, del bene comune.

Vito Umberto Vavalli – Economista dell’energia- Esperto in beni comuni e sostenibilità 

 

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