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Impollinatori: il 9% di api e farfalle italiane è a rischio estinzione

api

Perdita di habitat, pesticidi e specie invasive i maggiori pericoli per l’alleanza tra piante e impollinatori

[22 Settembre 2021]

L’impollinazione animale è la base fondamentale dell’ecologia delle specie, del funzionamento degli ecosistemi e della conservazione degli habitat e dunque della generazione di una vasta gamma di contributi essenziali per l’uomo. Senza gli impollinatori molte piante non sarebbero in grado di riprodursi, causando una riduzione della diversità della vegetazione, privando molti animali di una fonte primaria di cibo e scatenando effetti a catena nell’alimentazione. Perderemmo anche molti frutti, semi e verdure dalla nostra dieta e molti altri alimenti e materiali importanti, come oli vegetali, cotone e lino, legna da ardere e da opera. Secondo il nuovo rapporto “Piante e insetti impollinatori: un’alleanza per la biodiversità” dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), «Il 9% circa delle specie di api e farfalle è a rischio di estinzione e con essi anche i contributi che rendono disponibili alle comunità, tra cui l’impollinazione delle piante, il principale meccanismo che le piante hanno a disposizione per riprodursi; circa il 90% delle piante selvatiche da fiore ha bisogno di impollinatori per riprodursi: api, vespe, farfalle, mosche, coccinelle, ragni, rettili, uccelli e anche mammiferi; oltre il 75% delle principali colture agrarie beneficia dell’impollinazione operata da decine di migliaia di specie animali (almeno 16 mila tra gli insetti). Il valore economico del servizio di impollinazione animale è stimato in circa 153 miliardi di euro l’anno a scala mondiale, 22 miliardi a scala europea e 3 miliardi a scala nazionale. La produzione agricola mondiale direttamente associata all’impollinazione rappresenta un valore economico stimato tra 199 e 589 miliardi di euro».

Lo studio esalta l’importanza delle selvatiche, che spesso compensano la scomparsa delle api mellifere. Solo in Europa ce ne sono  oltre 2.500 specie. I ricercatori Ispra fanno notare che «Affidarsi ad una sola specie di pronubi, come l’ape mellifera, è una strategia rischiosa, soprattutto oggi che numerosi disturbi, patologie e fattori di pressione di vario tipo minacciano le api. Le api selvatiche rappresentano infatti una sorta di “polizza assicurativa compensativa”, riducendo la variabilità dei raccolti nel lungo termine, perché riescono ad impollinare le colture agricole nel caso in cui le api mellifere non siano sufficientemente abbondanti o l’affitto delle arnie risulti troppo costoso. Le api selvatiche riescono ad impollinare alcune colture più efficacemente rispetto alle api mellifere, ad esempio le osmie (Osmia spp.) per il melo ed i bombi (Bombus spp.) per le colture come fagiolo e altre orticole. I bombi sono noti per riuscire ad effettuare una “vibro-impollinazione”, scuotendo il fiore e facendo fuoriuscire il polline, su colture quali pomodoro, peperone e mirtillo, che non possono essere impollinate dall’ape mellifera o altri apoidei di piccole dimensioni. La vibro-impollinazione viene effettuata da alcune specie di api solitarie (ad esempio Bombus terrestris e Xylocopa frontalis) che sono in grado di afferrare il fiore e muovere rapidamente i muscoli del volo, facendo vibrare il fiore e le antere attraverso un vigoroso scuotimento. L’impollinazione che coinvolge le vibrazioni è chiamata impollinazione del ronzio (buzz pollination, Buchmann e Hurley, 1978). Circa il 9% dei fiori presenti nel mondo (corrispondenti a circa 20.000 specie di piante) viene impollinato principalmente applicando l’impollinazione del ronzio, o impollinazione vibrante (De Luca e Vallejo-Marín, 2013). Da ricordare che osmie e bombi riescono a bottinare sulle colture agricole anche in presenza di condizioni climatiche avverse, quali basse temperature, vento forte e elevata umidita, quando le api mellifere, ad esempio, non possono volare. Le aziende agricole che creano condizioni tali da favorire i pronubi selvatici, tutelando i loro habitat e lasciando lembi di naturalità, possono così ridurre i costi di produzione dovuti all’affitto di arnie di api mellifere, incrementando qualità e quantità dei frutti prodotti».

Il rapporto, che vuole essere un supporto ai processi decisionali, è stato realizzato grazie al contributo di numerosi esperti di importanti istituzioni, enti di ricerca, università e associazioni, che svolgono da anni attività di informazione, formazione e ricerca sul tema impollinatori. Ispra spiega che «Nel rapporto sono analizzati importanti aspetti del delicato rapporto pianta/insetto, entrando nel dettaglio dell’ambiente mediterraneo e trattando argomenti come l’appropriata gestione degli ecosistemi (compresi quelli urbani) per salvaguardare gli impollinatori e il ruolo dei prodotti dell’alveare, in primis il miele, in tutte le sue particolari e numerose tipologie».

All’Ispra ricordano che «L’attuale declino degli impollinatori dipende da una serie di pressioni ambientali che spesso agiscono in sinergia: distruzione e frammentazione degli habitat, inquinamento ambientale e eccesso di pratiche agricole intensive (uso di pesticidi e distruzione degli elementi di naturalità, come stagni e filari o muretti all’interno delle aziende agricole), cambiamenti climatici, l’arrivo e la diffusione di specie aliene invasive, tra cui patogeni e parassiti, come la vespa velutina, l’ape resinosa gigante, la formica faraone e la formica argentina, e specie vegetali che alterano gli habitat o risultano tossiche per le specie impollinatrici native. La Strategia per la Biodiversità 2030 e quella “Farm to Fork”, lanciate nel 2020 dall’Unione Europea, contengono azioni e proposte per raggiungere entro il 2030 una serie di importanti obiettivi mirati alla salvaguardia della biodiversità, impollinatori inclusi, e a garantire l’integrità degli ecosistemi e la sicurezza alimentare. Tra questi, ridurre il consumo di suolo e quindi il degrado degli habitat nei quali gli impollinatori vivono e si nutrono, incrementare la superficie coltivata con metodi sostenibili e rispettosi dell’ambiente e della biodiversità (come l’agricoltura biologica, che dovrebbe raggiungere il 25% dei suoli europei), ridurre del 50% l’utilizzo di pesticidi nell’ambiente e favorire il mantenimento di specie vegetali selvatiche attraverso aree inerbite e incolte sia in ambito agricolo sia urbano e periurbano».

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