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Il tasso di deforestazione dall’Amazzonia è il più alto in 12 anni. Gli ambientalisti: il piano di Bolsonaro funziona

piano paesistico

 

Nel 2020 la deforestazione è stata del 70% in più rispetto alla media registrata nel decennio precedente.

L’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais del B rasile (INPE) ha reso noti i tanto attesi dati preliminari sulla deforestazione in Amazzonia e, secondo il sistema Prode, il tasso ufficiale per il 2020 è di 11.088 km2, il più alto dal 2008, con un incremento è del 9,5% rispetto al 2019. Tenendo conto della media dei 10 anni precedenti, da quando è arrivato al potere il presidente neofascista Jair Bolsonaro, la deforestazione è cresciuta del 70%. L’Inpe dice che 2009 al 2018 la media è stata di 6.500 km2 annui.

Secondo l’Observatório do Clima, «La pubblicazione del tasso rende ufficiale che il Brasile non è riuscito a raggiungere l’obiettivo della Política Nacional sobre Mudança do Clima (PNMC), la legge nazionale che prevedeva una riduzione del tasso di deforestazione a un massimo di 3.925 km2 nel 2020. Il Paese è del 180% sopra l’obiettivo, il che lo mette in una posizione di svantaggio per adempiere al suo impegno nei confronti dell’Accordo di Parigi (l’NDC) dall’inizio del prossimo anno. A causa dell’aumento della deforestazione, il Brasile dovrebbe essere l’unico grande emettitore di gas serra ad avere un aumento delle sue emissioni nell’anno in cui l’economia globale si è fermata a causa della pandemia».

Per l’ONG brasiliana, «Niente di tutto questo è una sorpresa per chiunque abbia seguito lo smantellamento delle politiche ambientali in Brasile dal gennaio 2019. I dati di Prodes mostrano semplicemente che il piano di Jair Bolsonaro ha funzionato. Riflettono il risultato di un progetto riuscito per annientare la capacità dello Stato brasiliano e degli organismi di ispezione di prendersi cura delle nostre foreste e combattere la criminalità in Amazzonia. E’ il prezzo del ” “passagem da boiada”», la politica voluta dai fazendeiros e dalla Bancada Ruralista, la òpotente lobbi dell’agrindustria che in Parlamento appoggia Bolsonaro e che l’Observatório do Clima descrive così: «Grileiros, garimpeiros, madeireiros (ladri di terre indigene, minatori, taglialegna, ndr) illegali e assassini di indios che praticano crimini e che sanno interpretare i segnali che arrivano dal Palácio do Planalto (la sede del Presidente della Repubblica, ndr) e, in modo inedito, dal ministero dell’ambiente. La deforestazione, sebbene abbia cause complesse, è guidata soprattutto dalle aspettative. Quando il Presidente della Repubblica dice che “toglierà lo stato dal collo” ai predatori della foresta, il banditismo avanza sul patrimonio del Brasile. Quando lui ei suoi collaboratori vanno oltre i discorsi e iniziano ad agire in quella direzione, il crimine festeggia».

Il governo di Bolsonaro  ha paralizzato la riscossione delle multe da parte dell’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis (Ibama), ha congelato il Fundo Amazônia con false scuse, ha depotenziato il Conselho Nacional do Meio Ambiente, messo il bavaglio all’Ibama e all’ Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità (ICMBio), minacciato e licenziato gli agenti ambientali colpevoli di aver fatto lavoro, stracciato i pareri tecnici del presidente dell’Ibama soddisfare i banditi e permettere il commercio di legname illegale, presentato proposte al Congresso per aprire le terras indígenas e legalizzare il land grabbing, tentato di legalizzare il furto di terre indigene non perimetrate, non utilizzati i soldi sisponibili per svolgere ispezioni e avviato politiche diffamatorie verso chi difende l’ambiente, produce conoscenze tecnico-scientifiche. Tentando di militarizzare la foresta. E tutto questo è successo in soli 22 mesi di governo della destra brasiliana.

Ma l’Observatório do Clima fa notare che è anche «Questo insieme di fattori che ha anche determinato il fallimento senza precedenti nel 2020 di un’operazione militare costosa e consolidata in Amazzonia. Reclutando più di 3.400 militari, l’Operação Verde Brasil 2  non è riuscita a contenere né la deforestazione né  gli incendi, che a novembre erano il 20% più numerosi in Amazzonia rispetto al già scandaloso indice del 2019».

Marcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, ricorda che «Da sempre, quando la deforestazione aumentava, continuvamo a chiederci cosa fosse andato storto nei tentativi di controllare la criminalità ambientale. Questa volta sappiamo che l’aumento è avvenuto perché tutto è andato bene per il governo. Questo progetto di distruzione così ben eseguito costerà caro al Brasile. Stiamo perdendo accordi commerciali, mandando letteralmente il nostro soft power in fumo e aumentando il nostro isolamento internazionale in un momento in cui il mondo sta entrando in un riallineamento critico in relazione alla lotta alla crisi climatica. Questo governo funziona come una macchina per produrre notizie vergognose per il Paese, soprattutto in ambito ambientale. Bolsonaro è il più grande sabotatore dell’immagine del Brasile».

Eppure è stato proprio Bolsonaro ad aver accusato di diffamare il Brasile pubblicando i suoi dati scientifici. E il ​​vicepresidente del Brasile Hamilton Mourão ha detto che il tasso di deforestazione è stato minore che nel 2019 e che «Anche se non siamo qui per celebrare questo, significa che gli sforzi che stiamo facendo stanno iniziando a dare i loro frutti».

Greenpeace Brasil ribatte che «Per avere un’idea più concreta dell’entità della distruzione, l’area abbattuta o bruciata equivale a 1,58 milioni di campi da calcio, 4.340 campi da calcio al giorno, o 3 campi al minuto! Lo stato che ha disboscato di più l’Amazzonia è stato il Pará, seguito da Mato Grosso, Amazonas e Rondônia».

Cristiane Mazzetti, portavoce Amazônia di Greenpeace, sottolinea che «Abbiamo perso un’area 7,29 volte la dimensione della città di São Paulo nel periodo considerato da Prodes, una cifra che rappresenta 626 milioni di alberi tagliati, cioè 3 alberi persi da ogni brasiliano. Questo scenario era già noto. Eppure, la risposta del governo federale all’aumento della deforestazione è stata quella di mascherare la realtà, di militarizzare sempre più la protezione ambientale e lavorare per frenare l’azione della società civile, danneggiando la nostra democrazia».

Tra le regioni che hanno subito la maggiore deforestazione ci sono BR-163 e Terra do Meio, nel  Pará, dove c’è stata una chiara invasione delle aree di foreste pubbliche e delle di aree protette. In Pará le segnalazioni sdi un’estesa deforestazione nelle aree protette sono molte, come nell’ Área de Proteção Ambiental (APA) Triunfo do Xingu e n elle APA Jamanxim, Flona de Altamira e Cachoeira Seca, Ituna Itatá e Apyterewa. Greenpeace Brasile fa notare che «Addirittura, tutte queste regioni sono state escluse dall’itinerario della gita organizzata ad inizio mese dal governo federale con gli ambasciatori, in un chiaro tentativo (che sta già diventando storico) per inventare la realtà. Un percorso strategicamente delineato per negare le prove della distruzione della foresta è passato solo attraverso le regioni più protette, lasciando da parte quelle dove la deforestazione nello Stato è completamente fuori controllo.  Nel frattempo, nel mondo reale, invece di concentrare gli sforzi per ridurre la distruzione, se la proposta del governo Bolsonaro fosse approvata dal Congresso Nazionale, le agenzie ambientali dovrebbero subire un taglio del budget del 35% per il 2021. Questo è uno scenario inaccettabile e va contro quello che vogliono i brasiliani» Come dimostra un recente sondaggio commissionato a Datafolha da Greenpeace, nel quale l’87% dei brasiliani dà il punteggio massimo, 10, all’importanza di preservare l’Amazzonia e il 92% crede che sia possibile svilupparsi senza disboscare la foresta.

Cristiane conclude: «La visione dello sviluppo del governo Bolsonaro per l’Amazzonia ci riporta al passato, con tassi di deforestazione che non si vedevano dal 2008. E’ una visione rivolta all’indietro, che non parla alla maggior parte dei brasiliani e non corrisponde agli sforzi necessari per affrontarla. la crisi del clima e della biodiversità. La scomoda verità si svela attraverso numeri che danno la dimensione dell’incuria e dell’inefficienza».

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