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Il Governo approva il Pnrr, alla “rivoluzione verde” 68,9 miliardi di euro

chimicaverde

 

Il Consiglio dei ministri ha approvato stanotte la proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con l’astensione delle ministre renziane Teresa Bellanova ed Elena Bonetti: il percorso del Governo – e con esso l’impiego delle ingenti risorse europee per la ripresa post-Covid – si fa dunque più incerto di ora in ora, mentre sul Pnrr è arrivato almeno un primo punto fermo dopo le varie bozze “riservate” lasciate circolare da inizio dicembre.

Ancora non si tratta del testo definitivo: adesso il Piano è atteso all’esame del Parlamento oltre al parallelo confronto con le parti sociali, fino all’approdo a Bruxelles dove ci sarà (o meno) il via libera finale.

Nella forma attuale il Piano si articola lungo 6 missioni – con l’indicazione delle relative riforme ritenute necessarie alla loro buona riuscita – suddivise a loro volta in 47 linee di intervento: le iniziative proposte rappresentano per oltre il 70% investimenti pubblici, mentre gli incentivi a investimenti privati sono circa il 21%. Il tutto con un impatto sul Pil nazionale stimato in +3% al 2026, partendo con un +0,6% quest’anno.

«Le risorse complessivamente allocate – informano dal Governo – sono pari a circa 210 miliardi di euro. Di questi, 144,2 miliardi finanziano “nuovi progetti” mentre i restanti 65,7 miliardi sono destinati a “progetti in essere”», per provare a velocizzarne l’iter (tutte le risorse dovranno essere impiegate entro il 2026) e soprattutto per risparmiare spesa sugli interessi e dunque tenere sotto controllo l’aumento del debito pubblico.

La parte più corposa del Pnrr è affidata alla missione “rivoluzione verde e transizione ecologica”, che assomma risorse per 68,9 miliardi di euro: 29,35 vanno alla voce “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”, 18,2 a “Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile”, 15 a “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, 6,3 ad “Agricoltura sostenibile ed economia circolare”.

All’interno della bozza di Pnrr lasciata circolare (e poi approvata dal Governo) mancano però tutte le schede-progetto inserite invece nella bozza diffusa una decina di giorni fa, all’interno della quale venivano declinati progetti specifici (come gli interventi previsti alla raffineria Eni di Livorno, di cui ad oggi non c’è più traccia).

Anche sulla visione d’insieme ci sarebbe molto da migliorare. Prendiamo ad esempio l’economia circolare: «La strategia sull’economia circolare – si legge nel documento – è finalizzata a ridurre l’uso delle materie prime naturali, di cui il pianeta si va progressivamente impoverendo, utilizzando “materie prime secondarie”, prodotte da scarti/residui/rifiuti». Di fatto però ad ora la strategia è al di là da venire, mentre gli investimenti previsti nel Pnrr su questo fronte sono tutti incentrati sulla gestione rifiuti: fondi peraltro ampiamente insufficienti allo scopo secondo le imprese di settore, ma soprattutto in questo modo il rischio è cadere nella trappola della sineddoche.

La pur importantissima gestione rifiuti sta infatti a coda dell’economia circolare, ma occorre ricordare che produciamo sì 173 milioni di tonnellate di scarti ogni anno (tra rifiuti urbani e speciali) ma consumiamo ogni anno almeno 500 milioni di tonnellate di materie prime e che il tasso di circolarità della nostra economia è fermo al 17,7%. Per migliorare è evidente come sia necessaria una visione d’insieme del problema, e che per afferrarla non si possa partire dalla coda.

Idem per quanto riguarda le rinnovabili: la strategia espressa nel Pnrr «ha come obiettivo l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e lo sviluppo di una filiera industriale in questo ambito», precisazione quest’ultima non scontata (e che indirettamente si spera potrà giovare degli investimenti previsti dal Pnrr in ricerca&sviluppo) visto il disavanzo commerciale di cui soffriamo da sempre. Anche qui però sembra mancare una visione d’insieme: si parla di fotovoltaico, eolico, di vettori come l’idrogeno, ma interi comparti come la geotermia – uno dei pochissimi in cui le tecnologie le abbiamo già sviluppate in casa – neanche vengono citati.

Non una parola, lungo l’intera bozza di Pnrr, anche a un punto centrale che blocca lo sviluppo sostenibile del Paese come il proliferare delle sindromi Nimby e Nimto.

Complessivamente, ad oggi il giudizio sulla proposta di Pnrr non può dunque che essere parziale. Accanto a investimenti importanti il testo si presenta ancora come farraginoso, senza indicazioni di dettaglio sui progetti sui quali si vorrà effettivamente puntare e accennando appena alle riforme necessarie per farli funzionare. Complessivamente, resta dunque tutta da cucire una visione organica sul futuro del Paese da qui al 2026 e molto oltre: il treno della “rivoluzione verde” sta passando ora, non possiamo permetterci di perderlo.

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