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I Paesi dell’Unione europea non rispettano il principio chi inquina paga

 unione europea

Corte dei conti europea: «A pagare sono troppo spesso i contribuenti europei, non chi inquina»

[6 Luglio 2021]

La relazione speciale “Il principio “chi inquina paga” non è uniformemente applicato nelle diverse politiche e misure dell’UE” della Corte dei conti europea  parte dalla consapevolezza che una quota significativa del bilancio dell’Unione europea è destinata al conseguimento degli obiettivi Ue sui cambiamenti climatici e a questioni ambientali. La Corte evidenzia che «Nel periodo 2014-2020, circa 29 miliardi di euro della politica di coesione dell’UE e del programma LIFE sono stati destinati specificamente alla tutela ambientale» e ricorda che «Il principio “chi inquina paga” prevede che l’inquinatore debba sostenere i costi dell’inquinamento causato».  Tuttavia, secondo la nuova relazione speciale, «Nell’Ue non è sempre così. Anche se tale principio è generalmente recepito nelle politiche ambientali dell’Ue, è applicato in misura diversa nei vari settori e negli Stati membri e la sua copertura resta incompleta. Di conseguenza, sottolinea la Corte, gli interventi di bonifica sono talvolta pagati con fondi pubblici anziché da chi ha provocato l’inquinamento».

Nell’Unione europea ci sono quasi 3 milioni di siti potenzialmente inquinati, soprattutto da industrie e da attività di smaltimento e trattamento dei rifiuti. Per esempio: «Su dieci corpi idrici superficiali, come laghi e fiumi, sei non sono in un “buono stato chimico ed ecologico”. L’inquinamento atmosferico, un grave rischio sanitario nell’Ue, è inoltre nocivo per la vegetazione e gli ecosistemi. Tutto ciò comporta costi significativi per i cittadini dell’Ue. In virtù del principio “chi inquina paga”, chi inquina è considerato responsabile dell’inquinamento e del danno ambientale causato. Ed è chi inquina, e non i contribuenti, che dovrebbe farsi carico dei costi associati».

Viorel Ștefan, responsabile della relazione speciale della Corte dei conti europea ha evidenziato che «Per raggiungere gli obiettivi ambiziosi del Green Deal europeo con efficienza ed equità, gli inquinatori devono pagare per i danni ambientali che provocano. Fino ad oggi, però, troppo spesso i contribuenti europei sono stati costretti a sostenere costi che avrebbero dovuto essere a carico di chi inquina».

Il principio “chi inquina paga” è un principio fondamentale alla base della normativa e delle politiche ambientali dell’Ue, ma la Corte ha riscontrato che «Viene applicato in misura diversa e non uniformemente. Anche se la direttiva sulle emissioni industriali si applica agli impianti più inquinanti, in caso di danno ambientale causato da emissioni autorizzate la maggior parte degli Stati membri non obbliga le industrie responsabili al risarcimento. La direttiva non impone neppure alle industrie di sostenere i costi dell’impatto dell’inquinamento residuo, che ammonta a centinaia di miliardi di euro. Analogamente, la normativa dell’Ue in materia di rifiuti integra il principio “chi inquina paga”, ad esempio attraverso la “responsabilità estesa del produttore”».

La Corte rileva però che «Occorrono spesso ingenti investimenti pubblici per sopperire alla mancanza di fondi. Chi inquina, inoltre, non sostiene il costo pieno dell’inquinamento idrico. Sono generalmente le famiglie dell’Ue a pagare di più, anche se consumano solo il 10 % dell’acqua. Il principio “chi inquina paga” resta di difficile applicazione in caso di inquinamento da fonti diffuse, in particolare quello provocato dall’agricoltura».

La Relazione speciale fa notare che «Molto spesso, la contaminazione dei siti risale a così tanto tempo prima che l’inquinatore non esiste più, non può essere individuato e non può essere obbligato a risarcire il danno. Questo “inquinamento orfano” è una delle ragioni per cui l’Ue ha dovuto finanziare progetti di bonifica che avrebbero dovuto essere pagati dagli inquinatori. E quel che è peggio, l’utilizzo dei fondi pubblici dell’Ue è avvenuto in violazione del principio “chi inquina paga”, ad esempio quando le autorità degli Stati membri non hanno applicato la normativa ambientale e non hanno obbligato gli inquinatori a pagare».

La Corte dei cionti europea conclude sottolineando  che «Quando le imprese non dispongono di garanzie finanziarie sufficienti (ad esempio, polizze assicurative che coprono la responsabilità ambientale), vi è il rischio che i costi della bonifica dei siti finiscano per essere sostenuti dai contribuenti. Ad oggi, solo sette Stati membri (Cechia, Irlanda, Spagna, Italia, Polonia, Portogallo e Slovacchia) richiedono garanzie finanziarie per alcune o per tutte le passività ambientali. A livello dell’Ue, tuttavia, tali garanzie non sono obbligatorie, per cui in pratica i contribuenti sono costretti a subentrare e sostenere i costi della bonifica quando chi ha causato il danno ambientale è insolvente».

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