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Dopo l’Accordo di Parigi, 24 banche hanno investito oltre 1,4 trilioni di dollari nei combustibili fossili

finanza fossili

La direttrice esecutiva di Greenpeace International, Jennifer Morgan, è andata direttamente al Global economic forum 2020 a presentare il rapporto “It’s the finance sector, stupid” che dà la colpa dell’emergenza climatica proprio alle grandi banche, alle compagnie assicurative e ai fondi pensione che a Davos stanno discutendo del futuro dell’ambiente e dell’economia del pianeta.

Secondo il rapporto “Banking on Climate Change – Fossil Fuel Finance Report Card 2019” di BankTrack,  «Da quando è stato firmato l’accordo di Parigi, 33 grandi banche globali hanno versato collettivamente 1,9 trilioni di dollari USA nei in combustibili fossili» e 24 di queste banche hanno partecipato al meeting 2019 del Wef e quasi tutte sono presenti anche quest’anno a Davos. Si tratta di JP Morgan Chase, Citi, Bank of America, RBC Royal Bank, Barclays, MUFG Bank, TD Bank, Scotiabank, Mizuho, ​​Morgan Stanley, Goldman Sachs, HSBC, Credit Suisse, Bank of Montreal, Deutsche Bank, Canadian Imperial Bank of Commerce (CIBC), Société Générale, UBS, ING, BPCE / Natixis, Standard Chartered, Santander, BBVA e Royal Bank of Scotland (RBS) e Greenpeace denuncia che, secondo BankTrack, «Dall’adozione dell’accordo di Parigi sul clima nel 2015 e fino alla fine del 2018, queste 24 banche hanno finanziato i combustibili fossili per circa 1,4 trilioni di dollari.

Al meeting dei potenti del mondo di Davos ci sono anche quelle che Greenpeace definisce «cinque delle peggiori compagnie assicurative per la copertura del carbone.

Greenpeace International ha analizzato quali banche, fondi pensione e assicuratori vanno a Davos ma non riescono a raggiungere l’obiettivo del Forum di “migliorare lo stato del mondo” dal punto di vista ambientale ed economico, Inoltre, il rapporto e il sito web che lo promuove illustrano come «i lobbisti e le società di pubbliche relazioni sono coinvolti da questi attori finanziari e dalle compagnie dei combustibili fossili per lavorare contro l’accordo di Parigi».

La Morgan ha detto che «Le banche, gli assicuratori e i fondi pensione che sono qui a Davos sono colpevoli dell’emergenza climatica. Nonostante gli avvertimenti ambientali ed economici, stanno alimentando un’altra crisi finanziaria globale sostenendo l’industria dei combustibili fossili. Questi money men a Davos sono a dir poco ipocriti perché affermano di voler salvare il pianeta ma in realtà lo stanno uccidendo per un profitto a breve termine».

Gli 1,4 trilioni di dollari investiti nei combustibili fossili dalle grandi banche equivalgono al reddito dei 3,8 miliardi di persone più povere del mondo nel 2018vano collettivamente nel 2018 e solo 10 banche – JP Morgan Chase, Citi, Bank of America, RBC Royal Bank, Barclays, MUFG, TD Bank, Scotiabank, Mizuho e Morgan Stanley – hanno finanziato i combustibili fossili con un trilione di dollari. Greenpeace fa notare che «1 trilione di dollari equivalgono al rischio finanziario segnalato da 215 delle più grandi imprese mondiali a causa degli impatti climatici che probabilmente colpiranno nei prossimi 5 anni. Con 1 trilione di dollari si potrebbero anche acquistare 640 GW di energia solare, che è più dell’attuale capacità globale».

Secobdo i calcoli di greenpeace International, tre fondi pensione presenti quest’anno a Davos – Ontario Teachers’ Pension Plan, Canada Pension Plan Investment Board and PensionDanmark – detengono almeno 26 miliardi di dollari di azioni di combustibili fossi, anche di grandi multinazionali come Shell, Chevron ed Exxon, e di banche che finanziano i combustibili fossili come JP Morgan Chase, Bank of America e Royal Bank of Canada. Gli ambientalisti evodenziano che «26 miliardi di dollari equivalgono alla più grande IPO (Offerta pubblica iniziale – Initial public offering, ndr)  del mondo fino ad oggi, quella della Saudi Aramco».

Greenpeace dice che «Se un settore non è assicurabile, non è bancabile». Eppure al Wef di Davos partecipano AIG, Prudential, Sompo, Tokio Marine e Lloyd’s che lo scorecard UnfriendCoal 2019 considera I peggiori fornitori di assicurazioni al mondo per quanto riguarda la copertura del carbone». 4 di queste 5 megacompagnie assicurative – AIG, Sompo, Tokio Marine e Llyod’s – «non hanno adottato alcuna politica pubblica per ridurre il loro sostegno ai progetti di carbone» e AIG, Prudential, Sompo e Tokio Marine «non hanno adottato alcuna politica pubblica peril disinvestimento dal carbone e da altri combustibili fossili» AIG, nota per essere lo sponsor della nazionale di rugby della Nuova Zelanda, è considerata la peggio compagnia assicurativa perché «non ha escluso il sostegno al gigantesco progetto della miniera di carbone Adani in Australia».

La Morgan ha concluso: «Il tempo per parlare di shops e PR spin è finito. Le autorità di regolamentazione devono svolgere il proprio lavoro prima che sia troppo tardi e gli attori finanziari devono smettere di lavorare come se questo fosse il loro business as usual. Siamo in emergenza climatica e non ci saranno soldi su un pianeta morto».

Il rapporto ha creato imbarazzo a Davos e il Panel di finanzieri ed esperi incaricato di risolvere l’”equazione della crescita verde”, ha sostenuto che «Il sistema finanziario internazionale si sta fondamentalmente rimodellando su come fare la transizione verso la net-zero economy. Stanno rispondendo alle esigenze dei loro clienti e sentono direttamente un feeling, dovendo, ad esempio, riclassificare il costo del rischio assicurativo».

Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, ha detto che «Con i principali investitori, la domanda è: qual è il tuo piano per arrivare a net zero? Ora, i due terzi dei meeting annuali delle banche riguardano questi problemi, Tutti sanno di aver bisogno di un piano».

Carney ha ammesso che quanto detto ieri da Greta Thunberg a Davos sulle inadempienze nel ridurre le emissioni è vero: «Tra poco più di otto anni, molto probabilmente violeremo il limite richiesto per limitare il riscaldamento globale a 1,5° C. C’è bisogno di un percorso credibile verso una transizione ecologica, basata su un calendario concordato e metriche comuni. Questo, insieme alla pressione pubblica e alla politica dei governi, determinerà dove scorre il capitale».

Ma la Morgan ha fatto notare che «I governi sono in ritardo. Siamo nel mezzo delle più grandi proteste della società civile dopo le guerre in Iraq e Vietnam, ma in realtà è la politica che è indietro su questo» e la direttrice di Greenpeace international ha invitato i leader governativi ad «avere coraggio, a sedersi a un tavolo con gli esperti, la società civile e gli innovatori e mettere insieme ciò che sappiamo deve essere fatto».

Il governatore Carney vede nella COP26 Unfccc che si terrà a novembre a Glasgow «L’opportunità di riunire attori e regolatori privati ​​per garantire che il cambiamento climatico sia preso in considerazione in ogni decisione finanziaria».

Perfino Andrew N. Liveris, del consiglio di amministrazione di Saudi Aramco, ha ammesso che i governi sono stati lenti e ha invitato le imprese a «fare davvero molto sul serio sul lato finanziario dei KPIs (Key Performance Indicator, ndrI risultati emergeranno solo se riterremo le persone responsabili dei KPI giusti. La COP26 è un’opportunità per sviluppare metriche alle quali il business risponderà».

Ma Mariana Mazzucato, fondatrice e direttrice dell’Institute for innovation and public purpose dell’University College London, ha ricordato che «Tuttavia, i governi devono anche mettere in ordine in casa propria. Attualmente, i governi indirizzano tre volte più sussidi ai combustibili fossili che alle soluzioni climatiche. Il Dipartimento dei trasporti del Regno Unito ha un budget per gli acquisti di 30 miliardi di sterline che si concentra più sull’efficienza dei costi che sulla transizione verso una zero-carbon economy. Il governo tedesco, al contrario, ha subordinato gli appalti pubblici in settori, come l’industria siderurgica, trasformandoli». La Mazzucato si è chiesta quanto sia autentica la pretesa trasformazione del settore finanziario: «Attualmente se ne parla molto, ma tutto il suo cammino sta andando nella direzione sbagliata».

I membri del panel del Wef sono tutti d’accordo su una questione essenziale: la data del 2050 è troppo tardi per arrivare a una net-zero economy e Liveris ha concluso: «Non possiamo arrivare al 2030 e discutere ancora di queste cose».

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