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CRIPTO VALUTE E MONETE COMPLEMENTARI: FACCIAMO IL PUNTO

fotoeffetti.com__final_518101055874474486_Negli ultimi anni, le monete virtuali (o virtual currency) sono entrate sempre più nel lessico corrente.

Secondo il dettato UE, le valute virtuali sono “rappresentazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica. Esse non sono necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma sono utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente”.
Anche a motivo della diffusione relativamente recente di questi strumenti, quando se ne parla si fa spesso confusione tra le differenti configurazioni che ne costituiscono il novero.

In effetti, all’ambito delle cosiddette valute virtuali, si riconducono di norma due famiglie di monete: le cripto valute e le monete complementari.
I due strumenti sono profondamente diversi per modalità di produzione e di circolazione, ma soprattutto per le esigenze che puntano a soddisfare, oltreché per gli effetti che possono indurre nel tessuto sociale ed economico. Data la recente ‘istituzionalizzazione’, avvenuta per effetto del Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze firmato il 13 gennaio scorso, che da qui a poco produrrà l’effetto di assoggettare alle regole antiriciclaggio le attività svolte dagli operatori abilitati del settore, è utile fare tra queste due categorie una netta distinzione.

Le criptovalute
Sebbene la possibilità di creare moneta crittografica fosse stata preconizzata sin dal 1998, la famiglia delle cryptocurrency nasce ufficialmente nel 2009 con l’oramai famoso Bitcoin, basato su tecnologia blockchain, che per la prima volta stabilisce – in concreto – il canone della produzione decentralizzata della ‘moneta’ (si badi: solo apparentemente, secondo coloro che come Elon Musk sostengono si tratti in realtà di produzione ad elevata centralizzazione) e, per mezzo della pseudonimia, anche di un certo grado di anonimato. Successivamente, appaiono altre monete crittografiche, denominate AltCoin, basate su varianti delle caratteristiche specifiche della prima. Attualmente se ne contano ormai circa 18.000, di cui 1.200 quotate.
Secondo molti economisti, le cryptocurrency non sono classificabili esattamente tra le monete, giacché possiedono solo una delle tre funzioni canoniche, tipiche della moneta (misura del valore, regolamento degli scambi e fondo di valore). Infatti, le criptocurrency presentano come intrinseco il carattere di riserva del valore, ancorché talune innovazioni tecnologiche oramai alle porte consentiranno di aggiungere con ragionevole facilità anche la possibilità di effettuare in tempi più rapidi pagamenti, oggi calcolabili in minuti. Fatte queste premesse, e a parte il caso residuale degli stablecoin agganciati alle valute a corso legale (ma ciononostante esposte ai rischi di sofisticate scorribande, come già avvenuto), tre sono a mio giudizio le connotazioni più rilevanti delle cryptocurrency: la genesi, in quanto si fondano su una pura scommessa; la volatilità, estremamente elevata; i rischi operativi, cioè quelli derivanti da possibili crash dei ‘nodi’ o da interventi normativi, legali e regolamentari.

Le monete complementari
La moneta complementare, cui si annettono anche i circuiti di scambi locali (LETS) nasce nell’800, quasi per caso, ma diventa importante con la crisi del ‘29 e poi con la “crisi” (rectius: l’avvio della grande transizione) del 2007-2008. Si dimostra essere uno strumento anticiclico e, secondo alcuni lavori del Parlamento UE, anche con capacità di ‘inclusione finanziaria’ per le fasce più svantaggiate della popolazione. L’emissione e la circolazione delle monete complementari si fondano sull’intento di una comunità, tipicamente espressione di un’area geografica circoscritta o di un gruppo sociale sufficientemente numeroso e articolato, di stimolare l’economia del territorio o delle filiere interessate. Segnatamente, lo scopo dei progetti da cui partono è quello di dare vita ad un consesso di micro, piccole e medie imprese che creano un circuito di mutuo credito collaborativo, basato su uno schema di compensazioni multilaterali. Si tratta dunque di iniziative che si riflettono sull’economia locale e sul progresso delle comunità, perché mantengono sul territorio il valore creato con gli scambi cui concorrono gli operatori del tessuto autoctono. Ne derivano tangibili benefici sia per le famiglie, che possono contare su una rivitalizzazione e ricomposizione di scelte di consumo volte alla qualità (freschezza, varietà, minori passaggi di intermediazione, rapporti umani più autentici) e alla tutela dell’ambiente (km zero, minori imballaggi, sostentamento di produzioni locali che oltretutto preservano la biodiversità) sia per le aziende di minori dimensioni, messe in condizione di accedere a risorse creditizie prive di costi per finanziare i cicli produttivi e commerciali. Si tratta dunque di un importante stimolo per le micro, piccole e medie iniziative imprenditoriali che valorizzano le tradizioni e le culture del saper fare locali; un vero e proprio giacimento antropologico-culturale ‘a cielo aperto’ del nostro BelPaese, impareggiabile a livello mondiale.

Le differenze
In sintesi estrema, si può affermare che le cripto valute rispondono a intenti eminentemente speculativi, sia pure conditi con l’idea – non necessariamente realistica e pertanto con ogni probabilità illusoria – di una produzione decentralizzata, e dunque autonoma, della ‘moneta’ (che però, come chiarito prima, proprio moneta non è, risultando bensì più propriamente catalogabile tra gli strumenti finanziario, mentre le monete complementari puntano a soddisfare concrete esigenze dell’economia reale. Difatti, questi strumenti hanno la capacità di restituire risorse – altrimenti sviate dagli schemi estrattivi imperanti – alla comunità, assieme alla messa disposizione di nuove opportunità, e segnatamente:

• ai cittadini, atteso che solitamente alle monete complementari sono associati vantaggi più o meno rilevanti di prezzo, che motivano ad indirizzare le scelte d’acquisto verso le imprese aderenti al circuito;

• a quella parte del tessuto produttivo che risulta più bersagliato dalla globalizzazione, dalle regole di Basilea 2 e 3 e dallo scenario di una transizione verso un insondabile assetto futuro (che, a dirla tutta, sarebbe meglio fossimo noi a costruirci, anziché subirlo passivamente), il quale al momento tanto roseo non appare, visto che riduce o inibisce l’emersione dei valori relazionali di comunità, alla base della civiltà come la conosciamo (e che percepiamo sempre più scolorire).

Entrambe queste valute virtuali suscitano dunque crescenti attenzioni, sia in funzione di una ricercata diversificazione del propio portafoglio di attività finanziarie (=> le cryptocurrency) sia per fronteggiare il marcato indebolimento di precedenti presidi identitari – fondativi di coesione sociale, cui si associa di norma anche il senso di appartenenza – sia infine per la penuria di credito bancario destinabile alle imprese di ridotte dimensioni e alle attività interstiziali, oramai marginalizzate, se non definitivamente escluse (=> le monete complementari).
Da qui l’interesse per questi strumenti.

Giova tuttavia osservare che mentre le criptovalute consumano enormi quantità di energia per la “estrazione” (c.d. mining, da effettuarsi con complesse procedure di calcolo a mezzo computer) e per la circolazione realizzata mediante i cosiddetti smart contract (si stima al momento in circa lo 0,40% di quella globalmente prodotta a livello mondiale, pari a poco più dell’energia consumata dell’intera Argentina), e tendono a sottrarre risorse all’economia reale, le monete complementari e i connessi circuiti di credito commerciale generano nuova ricchezza e la mettono a disposizione del settore produttivo, concorrendo al sostegno delle economie locali.
Senza alcun dubbio, una sostanziale (e sostanziosa) differenza.

Eppoi, per effetto di ben 10 (dieci!) innovazioni di processo e di prodotto rispetto alle precedenti configurazioni legali, organizzative, tecnologiche, amministrative e operative, nasce in Italia la prima ‘moneta funzionale’ che, pur inclusa a tutti gli effetti per le caratteristiche di base nella categoria delle valute virtuali, supera i limiti e i vincoli che avevano impedito un’ampia diffusione dei preesistenti strumenti e realizza il tanto atteso salto evolutivo della moneta complementare, grazie al quale i benefici garantiti a famiglie, aziende, comunità e territori si amplificano a dismisura.

Di questa ragguardevole novità, fondata su un ecosistema composto da una fondazione e tre start up innovative (tra cui una cooperativa), parlerò a breve da queste stesse colonne.

di Vito Umberto Vavalli