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Crescono le comunità energetiche, ma il resto delle rinnovabili italiane è fermo

communita energetiche

 

Il Rapporto delle attività 2020 appena pubblicato dal Gse guarda con ottimismo a quanto fatto finora in Italia sulle rinnovabili: gli obiettivi Ue al 2020 sono abbondantemente raggiunti. Si tratta però di un risultato che – proprio mentre il resto del mondo avanza sempre più veloce – poggia ancora sulla corsa alle istallazioni di un decennio fa, mentre è ormai dal 2013 che da noi le rinnovabili crescono col contagocce: se continuiamo così «l’Italia raggiungerà il proprio obiettivo di installazioni tra 68 anni» anziché al 2030, avverte Legambiente nel suo nuovo report Comunità rinnovabili.

Ad oggi lungo lo Stivale si contano 1,1 milioni di impianti da fonti rinnovabili, in grado di soddisfare il 37,6% dei consumi elettrici italiani e il 19% dei consumi energetici complessivi, con punte di vera eccellenza: ci sono ben 3.493 Comuni in grado di soddisfare il 100% dei propri consumi elettrici grazie alle e 40 i Comuni 100% rinnovabili (considerando dunque anche i consumi termici).

Un mix di tecnologie in grado di portare, nel 2020, la produzione da rinnovabili a 113,9 TWh facendo registrare un aumento nella produzione di quasi 37 TWh rispetto al 2010 e di 58 TWh rispetto al 2006, primo anno di questo rapporto curato da Legambiente. Una crescita che ha permesso in questi anni di chiudere 13 GW di centrali a fonti fossili.

Eppure questa spinta propulsiva sembra esaurita da tempo e anche «nel 2020 le fonti rinnovabili sono cresciute a ritmi decisamente inadeguati rispetto a quanto l’Italia potrebbe e dovrebbe fare per rispettare i suoi impegni di riduzione delle emissioni climalteranti», argomentano dal Cigno verde.

Le note positive arrivano dalle comunità energetiche e più in generale dalle configurazioni di autoconsumo collettivo, un’opportunità arrivata con la sperimentazione consentita con la legge Milleproroghe approvata a marzo 2020: il report di Legambiente esplora oltre 30 iniziative di questo tipo, su cui spiccano le uniche due comunità energetiche finora realizzate in Italia – a Napoli e Magliano Alpi, alle quali si aggiunge l’esperienza di autoconsumo collettivo di Pinerolo – cui seguono a ruota altre 16 comunità energetiche in progetto, e 7 ancora nelle primissime fasi preliminari che vedono coinvolti Comuni, imprese e cittadini.

«Le Comunità energetiche – spiega Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – rappresentano non solo uno strumento ideale per contribuire in modo concreto alla lotta contro la crisi climatica, ma anche uno strumento fondamentale contro la povertà energetica che oggi riguarda oltre 2 milioni di famiglie della Penisola». Per questo secondo gli ambientalisti è fondamentale il completo recepimento delle Direttive europee in tema di autoproduzione e scambio di energia, l’occasione per superare le questioni ancora aperte e le criticità emerse nell’avvio delle comunità energetiche.

Ma è necessario sottolineare che le comunità energetiche, da sole, continuano a non essere la risposta alla crisi climatica in corso. Piccolo è bello, ma non è abbastanza.

Le comunità energetiche, secondo uno studio Elemens-Legambiente, potranno infatti contribuire con circa 17 GW di nuova potenza da rinnovabili al 2030, pari a circa il 30% dell’obiettivo climatico al 2030 del Pniec (ancora da aggiornare peraltro). La restante parte dovrà essere coperta attraverso lo sviluppo di impianti eolici, a bioenergie, geotermici, idroelettrici diffusi nei territori e ben realizzati. «Il raggiungimento degli obiettivi climatici ed energetici non passa solo dalle comunità energetiche – sottolinea Ciafani – Queste dovranno essere accompagnate da politiche di spinta di impianti da fonti rinnovabili più grandi».

Ma è proprio qui che casca l’asino, perché «i grandi impianti non decollano: nel 2020 installati solo 112 MW in più del 2019, per una potenza complessiva installata appena sopra a 1 GW. Di questo passo l’Italia raggiungerà il proprio obiettivo di installazioni tra 68 anni», ribadiscono da Legambiente. Che fare?

«In assenza di regole certe, trasparenti e in grado di coniugare le esigenze energetiche con quelle dei territori, garantendo il non ripetersi di errori fatti in tutti in tutti i settori sarà difficile superare le barriere non tecnologiche, le paure dei cittadini e delle amministrazioni locali – argomenta Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente – La semplificazione dei processi quindi non deve andare a discapito della qualità, pur riconoscendo che ‘l’impianto perfetto non esiste’, vanno certamente spinti, promossi e fatti bene, coinvolgendo i territori. A questo si aggiunge la necessità di fare scelte coraggiose e concrete senza perdere tempo e risorse nello sviluppo di impianti da fonti fossili».

Perché la partecipazione è fondamentale, ma non deve rappresentare una fuga dalle responsabilità che – in una democrazia rappresentativa come la nostra – restano in capo alle istituzioni. «L’obiettivo è quello di avviare in tutti i territori percorsi di informazione e partecipazione, fondamentali non solo per accelerare i processi ma anche per superare paure e fake news», spiegano da Legambiente, sottolineando che «il dibattito pubblico deve essere garantito su tutti i progetti di opere nel nostro Paese, compresi quelli della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e il diritto dei cittadini e delle cittadine ad essere informati, a potersi confrontare sui contenuti dei progetti, ad avere risposta rispetto alle preoccupazioni ambientali e sanitarie».

Una volta chiuso il dibattito resta però da decidere dove collocare gli impianti e quali, perché senza non c’è lotta contro la crisi climatica – e dunque nemmeno la tutela del paesaggio – né transizione ecologica.

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