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Una modesta proposta per una “Nuova Politica Economica” — 2009

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Mi sembra che ci sia ormai un certo consenso sulle seguenti tesi: (a) in una società capitalistica non è possibile uno sviluppo — dico uno sviluppo, non una crescita — economico compatibile con i vincoli posti dalla natura e dall’ambiente; (b) per motivi fisici e termodinamici ogni volta che si movimenta la materia e l’energia si fa aumentare la ricchezza monetaria, fine unico del capitale, ma si peggiora la qualità della materia e dell’energia e si impoverisce la natura, per cui è privo di senso parlare di sviluppo “sostenibile”

Per forza le regole del mercato globale — la possibilità, anzi il “dovere”, di produrre merci e servizi, di sfruttare materie prime, minerali, fonti energetiche, prodotti agricoli e forestali, e lavoro dove questi fattori costano meno, al fine di massimizzare il profitto del capitale —  comportano un sempre più intenso e rapido impoverimento delle riserve di beni naturali: della fertilità del suolo, delle riserve minerarie e fossili, delle riserve di acqua, impongono un peggioramento della qualità degli alimenti e dei manufatti, comportano un crescente inquinamento dei grandi corpi riceventi naturali: l’aria, le acque superficiali e sotterranee, il mare, il suolo. La ricchezza monetaria e merceologica odierna di una parte dei terrestri è pagata dalle parti più povere della attuale generazione e dalle generazioni future.

Questo discorso può dare l’impressione che il problema sia così gigantesco e vasto da rendere impossibile qualsiasi passo avanti senza una rivoluzione socialista planetaria che tutti sanno bene (almeno per ora) abbastanza improbabile. Poiché il “pericolo” di mutamenti rivoluzionari incombe comunque sempre, le forze più attente del capitale stanno riconoscendo la necessità di cambiamenti, sia pure graduali, da attuare attraverso accordi internazionali tutti da discutere, approvare e attuare chi-sa-quando: intanto — esse dicono — lasciateci lavorare perché, anzi, i rimedi ai guasti ambientali richiedono capitali e investimenti che solo il processo capitalistico globale di crescita della produzione e dei consumi possono assicurare.

Energia

Il dogma del capitalismo globale e, quindi, di quello nazionale, stabilisce che la crescita economica richiede un continuo aumento dei consumi di energia: di energia derivata da combustibili fossili — carbone, petrolio e gas naturale — per i quali l’Italia dipende pesantemente dalle importazioni.

Maggiori consumi di energia comportano crescenti importazioni, crescente esborso di denaro, crescente partecipazione all’impoverimento delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale; comporta crescente partecipazione allo sfruttamento e all’impoverimento dei popoli dei paesi petroliferi, dalla Nigeria al Golfo persico, al sud-est asiatico, all’America latina, che pompano disperatamente petrolio e gas dalle proprie riserve per ottenere denaro che passano alle compagnie multinazionali le quali organizzano eserciti per soffocare i movimenti di liberazione (quelli che chiedono una più equa ripartizione degli utili della ricchezza materiale estratta dal loro sottosuolo), eleggono governi fantoccio, corrotti e compiacenti, tagliano foreste e inquinano il mare e i fiumi. E’ la nostra sete di carburanti, di elettricità, di merci, che garantisce le condizioni di povertà, ingiustizia e sfruttamento delle popolazioni di tali paesi.

Una Nuova Politica Economica per una sinistra di governo presuppone una maggiore conoscenza della qualità e quantità dell’energia assorbita dai vari settori economici di produzione, azioni per diminuire i consumi di energia ottenuta da combustibili fossili e iniziative per l’uso delle fonti energetiche rinnovabili: solare, eolico, residui e sottoprodotti agricoli. Di quelle rinnovabili vere, perché nelle statistiche energetiche vengono spacciate per fonti “rinnovabili” il calore e l’elettricità ricavati dagli inceneritori di rifiuti !

Tanto più che i successivi fallimenti ecologici degli additivi per benzine basati sul piombo tetraetile, sul benzene e sugli aromatici, sul MTBE, dovrebbero indurre a guardare ai residui agricoli e forestali, trasformabili industrialmente in alcol etilico carburante, come ad una possibile importante alternativa.

Effetto serra 

Strettamente legate ai consumi di energia e alla produzione merceologica sono le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera da cui dipendono i mutamenti climatici e biologici planetari compresi nei termini — molti diffusi, ma alquanto confusi — di effetto serra o buco dell’ozono. Le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera sono provocate dall’immissione nell’aria di numerosi composti chimici che comprendono anidride carbonica, ossido di carbonio, metano, ossidi di azoto, gas solforati, composti clorurati come solventi, clorofluorocarburi, cloruro di vinile monomero, e altri, composti aromatici volatili, fra cui il benzene, “polveri” varie, di composizione tutt’altro che nota, eccetera. Tutte sostanze ”liberate” dall’uso dei combustibili e dall’uso di merci e macchinari progettati in modo che siano i meno costosi, i più facilmente vendibili, i più facilmente usurabili e ricambiabili, senza alcuna attenzione per possibili future conseguenze ambientali negative.

Gli eventi merceologici dei decenni passati hanno provocato ormai modificazioni dell’atmosfera praticamente irreversibili e tutto quello che si può fare è cercare di rallentare la velocità con cui gli agenti inquinanti vengono immessi nell’aria.

Un problema complicato perché l’atmosfera viene inquinata oggi anche da agenti immessi in commercio anni o decenni fa sotto forma di fluidi per frigoriferi, di additivi per materie plastiche, delle stesse materie plastiche, di vernici, a mano a mano che questi manufatti vengono buttati via alla fine della loro vita utile. Complicato, inoltre, perché i paesi emergenti stanno producendo e consumando le stesse merci che i paesi industriali stanno abbandonando (dovrebbero abbandonare) e che comportano oggi e in futuro altre gravi contaminazioni dell’atmosfera.

Davanti a questo problema i governi del mondo — e  naturalmente anche quello italiano — hanno un comportamento schizofrenico: i dogmi della “crescita” impongono di consumare di più merci inquinanti e di vendere nei paesi poveri ed emergenti crescenti quantità delle stesse merci. Nello stesso tempo c’è tutto un frullare di diplomatici, consulenti, tecnici, parlamentari che si trascinano da una conferenza internazionale all’altra giurando sulla volontà di tenere fede allo sviluppo sostenibile, parola e formula magica che consente di farsi finanziare, dai governi nazionali, locali e dalla Unione europea, progetti di “sostenibilità”: non assistiamo forse a promesse di città ”sostenibili”, fedeli alle varie “agende ventuno”, col traffico impazzito ? o a porti turistici sostenibili ? o a inceneritori di rifiuti sostenibili ? eccetera.

La crisi delle città 

La più insostenibile struttura antropica è rappresentata dalla città capitalistica. La crisi, spesso il collasso, degli ecosistemi urbani appaiono bene nelle città italiane in cui il capitalismo è fonte e alimento della monocoltura dell’automobile e delle motociclette.

Le città possiedono, come qualsiasi ecosistema artificiale, una capacità ricettiva — una “carrying capacity”, come la chiamano gli ecologi — limitata per le persone, per gli edifici e per i mezzi di trasporto. Le strade possono “sopportare” la presenza di un numero limitato di autoveicoli in movimento o in sosta, al di là del quale, come avviene quando ci si avvicina alla saturazione degli ecosistemi naturali, anche le città vanno incontro a situazioni di collasso: rallentamento del traffico, aumento del consumo di carburanti, aumento dell’inquinamento, paralisi. La carrying capacity è ancora minore nelle città italiane che sono state “edificate”, secoli e decenni fa, con criteri che non immaginavano neanche i problemi odierni del traffico.

Io credo che uno dei compiti di una Nuova Politica Economica dovrebbe essere quello di ridare fiato e cultura all’urbanistica che non consiste soltanto nell’aprire un nuovo museo o teatro o giardino pubblico o una nuova strada di scorrimento “veloce”, ma nel progettare la localizzazione dei servizi integrati con le zone abitative, al fine di minimizzare il numero di spostamenti umani e quindi di autoveicoli in circolazione, il consumo di energia e l’inquinamento. Gli autoveicoli sono un macchinario liberatorio per far spostare le persone da una città all’altra, ma il macchinario più violento per gli spostamenti urbani.

A tale progetto è strettamente legato l’altro di limitare il numero di autoveicoli in circolazione e il consumo di carburanti intervenendo per eliminare le sovvenzioni governative — pagate con pubblico denaro, anche col denaro dei ceti meno abbienti — per aumentare le vendite di autoveicoli e di benzina, col falso miraggio di conservare l’occupazione. La quale invece si conserva e accresce con la progettazione di nuovi mezzi di trasporto, pubblici, ma anche privati, adatti ad alleviare il collasso urbano.

Tenendo presente che l’aumento delle vendite degli autoveicoli del tipo attuale, con raffinati strumenti pubblicitari e argomentazioni pseudo-ecologici, comporta l’espulsione dal parco circolante di autoveicoli che, andando alla “rottamazione”, aggravano il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi.

Rifiuti 

I residui della rottamazione degli auto e moto veicoli, pur ammontando a molti milioni di tonnellate di materiali vari all’anno, rappresentano una piccola parte dei circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti che ogni anno vengono “generati” in Italia dalle famiglie, dalle industrie, dall’agricoltura, dalla demolizione di edifici, strade, eccetera.

Una legge europea e anche nazionale prescrive che in ciascun paese debbano essere intraprese azioni per diminuire la produzione di rifiuti e per ricuperare materiali dai rifiuti attraverso una corretta raccolta differenziata e attraverso operazioni di riciclo per trarre dai rifiuti nuove merci “riciclate”, appunto.

Di azioni per diminuire la massa dei rifiuti non si parla neanche, essendo esse in palese contraddizione col dogma della crescita capitalistica che impone la produzione e la vendita di più merci e quindi di più imballaggi e quindi la generazione di più rifiuti.

La storia della raccolta differenziata dei rifiuti urbani è nota a tutti; piuttosto che chiedere ai cittadini sforzi, anche scomodi, per la raccolta separata delle varie frazioni di rifiuti riciclabili, è stata inventata la furbesca soluzione di raccogliere miscele eterogenee di materiali, contrabbandata come raccolta multimateriale, ben sapendo che da carta e plastica raccolti insieme o da vetro e plastica e lattine raccolti insieme, non è possibile separare carta, o vetro, o plastica di qualità merceologica adatta alle industrie del riciclo.

Vengono così accontentate le imprese che vendono (che cercano di vendere) in tutta Italia inceneritori contrabbandati come “termovalorizzatori”, e i governi — quelli stessi che sbandierano la sostenibilità — pagano con pubblico denaro i maggiori costi di produzione dell’elettricità ricavata bruciando i rifiuti, con l’effetto che i cittadini, con le proprie tasse, acquistano il diritto di essere inquinati dai fumi e dalle ceneri degli inceneritori.

Eppure sarebbe proprio la strada del riciclo di materiali commerciabili da frazioni, appositamente separate, dei rifiuti, la strada per creare nuova occupazione, per incentivare la ricerca scientifica e l’innovazione, per diminuire le importazioni di materie prime e addirittura di rifiuti !

Acqua

L’acqua è la merce più importante, insieme agli alimenti; serve nelle case, per l’igiene personale, serve nei campi e nelle fabbriche. L’acqua è scarsa in Italia e le riserve idriche esistenti nei fiumi e nei laghi vengono, insieme, impoverite con eccessivi prelevamenti e contaminate con i rifiuti per cui in molti casi la loro acqua non può essere utilizzata a fini umani, è come se fosse “distrutta”.

Le leggi contro l’inquinamento emanate a partire dagli anni settanta del Novecento sono state costantemente violate e sottoposte a deroghe e modifiche in modo che non disturbassero gli inquinatori, amministrazioni pubbliche e imprenditori, insieme.

Di risparmio di acqua non si parla neanche, dal momento che le aziende acquedottistiche, pubbliche e private, compresi i potenti enti di bonifica e irrigazione, “vendono” l’acqua e non hanno nessun interesse a minori ricavi. Non solo; la sventurata legge che ha “regolamentato” gli acquedotti, dopo aver dichiarato ad alta voce che le acque sono pubbliche, da usare nell’interesse della collettività e delle generazioni future, garantisce l’assalto all’acqua e il suo sfruttamento secondo regole aziendali capitalistiche, per cui le tariffe risultano più basse dove l’acqua è più abbondante mentre l’acqua costa di più dove è scarsa e dove gli acquedotti hanno maggiori spese di captazione e di trasporto. La quadratura dei conti delle imprese viene prima del dovere che avrebbero i governi di assicurare uguali quantità di acqua — almeno le quantità essenziali — a tutti i cittadini italiano allo stesso prezzo, colpendo e scoraggiando gli sprechi.

Erosione del suolo 

Strettamente legato al problema dell’acqua è quello dell’erosione del suolo; l’acqua per le necessità umane è resa continuamente disponibile dal ciclo naturale dell’acqua che assicura lo scorrimento, sulla superficie dell’Italia, ogni anno, di circa 150 miliardi di tonnellate. L’acqua incontra, nel suo moto di ritorno al mare, terreni nudi o protetti dalla vegetazione, strade asfaltate o edifici o terreni coltivati o pianure e la velocità del moto dell’acqua dipende dallo stato del suolo. Tale veloce flusso può spostare una parte del suolo trascinandolo a valle, con le ben note conseguenze di aumento di franosità, di perdita di terra fertile, di alterazione del corso dei fiumi, di alterazione dei profili di costa.

Per rallentare l’erosione del suolo devono essere presi accorgimenti regolati e finanziati da una legge italiana, n. 183 del 1989, che prescrive correttamente che il territorio deve essere amministrato secondo i bacini idrografici, che devono essere istituiti delle autorità o dei comitati di bacino idrografico, con partecipazione degli enti locali, delle regioni vicine che si spartiscono lo stesso bacino idrografico, con poteri di pianificazione sui fiumi, sul territorio, sulle coste. Le autorità e i comitati finora costituiti si sono limitati a spartirsi i soldi disponibili, in modo occasionale e non coordinato, con conseguente crescente erosione del suolo interno e delle spiagge; alla attività di pianificazione sfuggono le decisioni relative al prelievo delle acque, alla costruzione di porti turistici costieri, a molti corsi d’acqua che sono rimasti, di fatto, “di proprietà” di enti locali, di enti di bonifica, di privati, eccetera.

Senza contare la violazione della legge 431 del 1985 (la cosiddetta “legge Galasso”) che giustamente vietava interventi, insediamenti e strade sulle zone di rispetto vicino ai laghi, alle coste, al mare, proprio al fine di difendere le parti ecologicamente più fragili e delicate del nostro territorio e di evitare straripamenti, alluvioni e danni futuri. A questo proposito un passo importante di una Nuova Politica Economica dovrebbe fermare la devastante vendita e privatizzazione dei beni pubblici, collettivi, soprattutto di quelli la cui proprietà pubblica è unica garanzia di difesa contro la distruzione: penso ai beni demaniali delle coste, delle rive dei laghi e fiumi, dei terreni ancora soggetti a usi civici. Riappropriamoci di quello che è nostro per antico diritto e per buonsenso ecologico.

La salvezza va cercata nella diffusione di una cultura e conoscenza del territorio e specialmente in una “cultura di bacino”, che significa poi una solidarietà fra coloro che “appartengono” allo stesso bacino idrografico, indipendentemente dal territorio amministrativo da cui “dipendono”.

Quali merci 

Le precedenti considerazioni hanno indicato che il primo dogma del capitalismo globale è la produzione di più merci. E per produrre più merci occorre progettare le merci in modo che abbiamo breve vita, che vengano continuamente sostituite con altre. La martellante pubblicità ha proprio lo scopo di costringere ogni uomo ad una nuova dipendenza dall’universo degli oggetti ostili, le merci — come ricorda Marx nei ”Manoscritti del 1844”.

Una battaglia anticapitalistica presuppone la critica delle merci, della rapida obsolescenza dei prodotti, mascherata da innovazione tecnica (si pensi al rapidissimo ricambio di telefoni mobili e di computer e ai conseguenti problemi di smaltimento dei relativi rifiuti); la critica e la ridicolizzazione della pubblicità, soprattutto di quella destinata ai bambini e ai ragazzi, la più efficace forma di intossicazione e di asservimento di milioni di persone per decenni futuri alla “società dei consumi”, oggi più arrogante, invadente ed efficace che mai.

La critica delle merci, a mio parere essenziale per una Nuova Politica Economica, potrebbe manifestarsi con un controllo delle violazioni di legge nel campo della pubblicità televisiva, con controlli sulla sicurezza merceologica, e con una analisi e revisione critica delle norme e leggi relative alla produzione quando esse sono contro gli interessi della natura, della salute e dei consumatori.

La standardizzazione delle merci e una pianificazione pubblica della produzione — quale industria, quale agricoltura, quali merci soddisfano reali necessità umane, al di là di quanto fanno credere le sirene della pubblicità globale ? — sarebbero altrettanti utili strumenti per diminuire gli effetti ambientali negativi e per ridare significato e valore sociale al lavoro.

Il controllo pubblico e la pianificazione della produzione merceologica dovrebbero evitare scelte produttive, agricole (come nel caso degli organismi geneticamente modificati) e industriali (uso di materie prime e rottami dannosi) nocivi per la salute e per l’ambiente.

Contro il segreto industriale e commerciale 

Qualsiasi azione per diminuire gli effetti negativi della produzione di merci e dell’uso violento e inappropriato del territorio presuppone la conoscenza di quello che viene prodotto, di quello che viene importato, di come ciascuna materia è trasformata, dove sono insediate le attività produttive, ma anche dove si trovano insediamenti umani, interventi sulle coste, porti turistici, alberghi, eccetera.

Qualsiasi indagine è ostacolata da innumerevoli vincoli posti dal segreto industriale, militare, dal diritto alla riservatezza, eccetera, tutti strumenti motivati da un reale diritto civile, ma divenuti a poco a poco occasioni per nascondere azioni che spesso si rivelano devastanti per la collettività e per l’ambiente. Non si sa quanti sono i rifiuti, chi li produce, non si sa quanti materiali sono estratti dalle cave, ci sono numerosi vuoti e silenzi nelle statistiche industriali e del commercio estero.

Una Nuova Politica Economica potrebbe utilmente avviare un grande inventario di ”geografia industriale” e di “storia industriale” per riconoscere dove sono localizzate industrie e fabbriche, dove erano localizzate le fabbriche abbandonate, anche al fine di ricercare che cosa producevano o producono, quali materie sono state e sono usate, quali residui si sono formati e si formano nei vari cicli produttivi e dove vanno a finire. Si tenga presente che tali informazioni non rappresentano dei pettegolezzi, un “mettere il naso” nel complesso industriale capitalistico italiano — anche se sarebbe bene un diritto dei cittadini anche questo — ma sono essenziali per le opere di “bonifica”, di depurazione delle zone inquinate dalle scorie di attività produttive spesso scomparse, spesso dimenticate.

E’ evidente che alle pubbliche amministrazioni e agli imprenditori fa comodo che si sappia il meno possibile su quello che è successo in un territorio, per poter trasformare le “bonifiche” in un po’ di raschiamento del suolo e in qualche discarica o depuratore, e vendere al più presto i suoli delle fabbriche abbandonate. La non-conoscenza lascia eredità tossiche a chi occuperà in futuro un territorio.

Armi e disarmo 

Nell’ambito dell’analisi dei rapporti fra produzione, uso delle, e danno alle, risorse naturali, un posto speciale occupano le armi, le merci oscene per eccellenza. Benché nell’opinione pubblica vengono ogni tanto, di passaggio, citate guerre locali, scontri fra minoranze etniche, e viene citata una generica tendenza al disarmo, specialmente nel nucleare, in realtà la produzione e il commercio delle armi, da quella ”piccole”, individuali, a quelle per eserciti, a quelle nucleari, a quelle biologiche e chimiche, e anche delle piccole, “economiche”, efficacissime armi come le mine antiuomo, occupano un posto rilevante nelle economie dei paesi industrializzati.

Nessuno parla della diffusione di armi nucleari nei paesi Nato — e anche in Italia, dove, in quale quantità, di che tipo e potenza ? — delle industrie belliche, delle forniture militari. Anzi le esportazioni di armi sono segnalate come un successo industriale. Finora è stato possibile organizzare una protesta sulla base di informazioni filtrate dai teatri in guerra, come nel caso delle armi all’uranio impoverito, la cui esistenza anzi rappresenta un segnale della “vitalità” ed efficienza del complesso militare-industriale e della catena merceologica: estrazione dei minerali di uranio — commercio dei minerali — trattamento e arricchimento dell’uranio delle due diverse “qualità”, per bombe atomiche e per centrali — utilizzazione e “riciclo” a fini militari e industriali delle scorie dell’arricchimento (appunto l’uranio impoverito: e dire che eravamo stati noi a dire che bisogna riciclare tutto, ma non certo riciclare gli strumenti di morte !) — trattamento dei combustibili estratti dalle centrali nucleari e dei materiali contaminati — commercio internazionale di rottami metallici radioattivi — problemi di sistemazione delle scorie radioattive a vita media e lunga, eccetera.

Una Nuova Politica Economica dovrebbe limitare le spese e la produzione militare orientando le conoscenze tecniche e manifatturiere verso beni che aiutino i paesi poveri a liberarsi dalla miseria, premessa per allontanare conflitti e paura.

Per quanto tempo potremo andare avanti ? 

La società di libero mercato è una nave in cui il capitano si è sbarazzato di gran parte dei marinai e ha disposto le vele in modo che catturino tutta la forza del vento, per assicurarsi così i massimi profitti; il capitano ha ordinato al timoniere di togliere le mani dal timone per essere certo che niente venga fatto per deviare il cammino della nave dalla direzione in cui la spinge il vento. La maggior parte dei passeggeri sembrano contenti del viaggio, all’infuori, naturalmente, dei poveri, dei vecchi e dei malati che sono stati fatti scendere in scalcinate scialuppe, tenute fuori bordo, in modo da alleggerire il peso della nave e farla procedere più spedita. Ma il vento sta cambiando, più presto di quanto si creda e gli spensierati passeggeri cominciano a sentire il rumore delle rocce su cui è finita la nave. Saranno prese, certo, misure di emergenza ma, se riusciremo a ritornare in acque profonde, continueremo la stessa politica basata sulle stesse teorie che ci hanno spinto nella situazione attuale ? Speriamo di no, altrimenti entreremo in acque ancora più pericolose di quelle in cui abbiamo navigato fino ad oggi” (Wassily Leontief, premio Nobel per l’economia, intervento al Congresso degli Stati Uniti, 1982; cfr. Challenge, 42, (3), 100-103, maggio-giugno 1999).

Le acque pericolose di cui parlava Leontief sono rappresentate dall’impoverimento delle riserve di petrolio e dal relativo aumento dei prezzi, la volatilità di un’economia basata sui soldi dietro a cui non c’è niente, la crescente fragilità e crisi ambientale, le crescenti tensioni internazionali; è tempo di una svolta dall’attuale capitalismo, forse verso uno almeno meno becero dell’attuale, forse, speriamo, verso una forma di genuino socialismo. Sono questi i compiti che aspettano un nuovo governo, una Nuova Politica Economica.

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

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