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Smart city, le città italiane sono “un passo indietro” rispetto alle più “avanzate” città europee

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Report dell’Energy Strategy Group del Politecnico di Milano: in Italia il potenziale di mercato teorico delle Smart City è pari a 65 miliardi di euro.

In Italia il potenziale di mercato «teorico» delle Smart City ammonta a circa 65 miliardi di euro, pari ad oltre 7 volte il cumulato degli investimenti ad oggi realizzati in tale ambito.

L’analisi arriva dal nuovo report dell’Energy Strategy Group del Politecnico di Milano, che ha preso in considerazione le prime 50 città italiane (sulla base del numero di abitanti) per la stima del potenziale delle Smart City in Italia.

POTENZIALE EFFETTIVO 10 MILIARDI AL 2020. Il potenziale che il Rapporto stima possa essere effettivamente realizzato da qui al 2020 si aggira intorno ai 10 miliardi, pari a circa il 16% del mercato «teorico». Si stima un mercato medio annuo di nuove realizzazioni pari a circa 2 miliardi all’anno tra il 2016 ed il 2020, con una «progressione doppia» rispetto al ritmo medio degli investimenti tenuto negli ultimi anni.

LE TECNOLOGIE. Le tecnologie abilitanti cui è associato il maggiore potenziale «teorico» sono le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili (27% del totale), il teleriscaldamento (23%) e le tecnologie per l’efficienza energetica (22%).

Le tecnologie abilitanti cui è associato il maggiore potenziale «atteso» sono le tecnologie per l’efficienza energetica (45%) e il teleriscaldamento (37%).

Le tecnologie «affermate», caratterizzate da un significativo livello di sviluppo attuale cui fa seguito un elevato tasso di penetrazione atteso (dovuto all’assenza di «forti» barriere all’adozione), rappresentano per la maggior parte tecnologie poco strettamente correlate alla tematica Smart City. Si tratta, per esempio, delle tecnologie per la pubblica illuminazione: attualmente si registra un buon livello di diffusione e si prevedono ulteriori interessanti sviluppi nel breve-medio termine, in virtù dei progressi tecnologici registrati e della crescente sostenibilità economica di tali investimenti.

Le tecnologie «rallentate», sebbene abbiano registrato un interessante grado di diffusione negli ultimi anni, mostrano una «battuta d’arresto» nel livello di diffusione previsto per i prossimi anni, a seguito del manifestarsi di specifiche barriere all’adozione. Ad esempio, le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico in primis): sebbene mature da un punto di vista tecnologico ed ampiamente diffuse, registreranno una sensibile riduzione dei volumi installati a seguito del ridursi della disponibilità di programmi d’incentivazione diretta.

Le tecnologie «in attesa di sviluppo» permetterebbero di incrementare notevolmente i volumi d’investimenti realizzabili, grazie all’elevato potenziale di sviluppo intrinseco, tuttavia presentano forti barriere all’adozione che ne frenano la penetrazione sul mercato. È il caso delle tecnologie per la mobilità elettrica, che presentano barriere alla diffusione legate sia a fattori «tecnologici» (ad esempio, in termini di costo e prestazioni delle batterie che equipaggiano i veicoli) sia a fattori «culturali» (ad esempio, in termini di cambio di abitudini necessario da parte degli automobilisti).

DUE MODELLI. Dall’analisi dei progetti nelle città italiana emergono 2 modelli: il modello di sviluppo «organico», adottato in 13 città, e quello «additivo», adottato in 21 città. Il modello di sviluppo «additivo» ha caratteristiche del tutto simili a quelle presenti nel modello europeo, mentre il modello di sviluppo «organico» presenta delle peculiarità (si parla di modello di sviluppo «organico» all’italiana).

IL CONFRONTO TRE LE CITTÀ ITALIANE E LE PIÙ AVANZATE CITTÀ EUROPEE. Anche le città italiane più avanzate a livello di smartness sono «un passo indietro» rispetto alle più «avanzate» città europee. Questa situazione può essere ascrivibile in primis alla prevalente adozione del modello di sviluppo «additivo», la cui diffusione in Italia è agevolata da specifici fattori di contesto, quali:

- la scarsa diffusione del Partenariato Pubblico privato (PPP), per di più talvolta «malvisto» come una modalità di relazione «poco trasparente» tra soggetto pubblico e soggetti privati;

- l’elevata «burocratizzazione» del nostro Paese, che ha un impatto netto negativo sulla possibilità di usufruire di finanziamenti pubblici;

- la ridotta capacità di spesa delle Pubbliche Amministrazioni, legata ad un’indisponibilità di cassa e/o ai vincoli di bilancio vigenti.

In alcune città, come ad esempio Milano e Torino, si sta affermando un modello di sviluppo classificabile come «organico», seppur attualmente caratterizzato da importanti limitazioni che potrebbero minarne l’efficacia (ad esempio la «cabina di regia» non ha la stessa valenza formale che assume negli esempi europei più «virtuosi»).

L’importanza dell’adozione del modello di sviluppo «organico» appare emergere, oltre che dalle best practice diffuse a livello europeo, dalla maggiore «efficienza» che il modello garantisce, in termini di investimenti medi unitari necessari a parità di progetti realizzati. Si stima che, coeteris paribus, il passaggio da un modello «additivo» ad uno «organico» abiliterebbe un incremento dell’efficienza nell’ordine del 20-40%.

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