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Quanto costa la guerra all’economia? 14 trilioni di dollari l’anno, il 12,6% del Pil globale

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La recente – e subito scordata – polemica sulla vendita di bombe prodotte in Italia all’’Arabia Saudita, un Paese in guerra e che le utilizza per bombardare popolazioni civili nello Yemen che ha invaso, è stata liquidata con una cinica “scusa”, anzi due: «Se non gliele vendiamo noi tanto gliele vende qualcun altro. Se non vendiamo le bombe si perdono posti di lavoro e danneggiamo la nostra economia». Se per il  “qualcun altro” la cosa è indubitabilmente vera (Usa, Russia e altri Paesi fanno la fila davanti alla porta del principe ereditario saudita per vendere strumenti di morte), la ricaduta positiva del mercato delle armi sull’economia mondiale non c’è proprio, anzi, le guerre che alimenta provocano un colossale danno non solo umanitario ma anche economico.

In realtà il costo umano della guerra è astronomico: Alla fine del 2016, i diversi conflitti in corso nel mondo avevano costretto 65,6 milioni di persone a fuggire dalle loro case, una cifra senza precedenti, più degli abitanti dell’Italia e quanto quelli del Regno Unito. Una cifra che oltre all’impatto sulle vite, le comunità e interi Paesi devastanti, nascondo anche l’enorme impatto della guerra sull’economia globale.

Secondo l’Institute for Economics and Peace i conflitti e le violenze ci sarebbero costati 13,6 trilioni di dollari solo nel 2015 e, secondo il rapporto “World Humanitarian Data and Trends” dell’ Office for the coordination of umanitarian affairs dell’Onu (Ocha), il mondo nel 2016 ha pagato alla guerra un tributo ancora più alto:14,3 trilioni di dollari, pari al 12,6% del Pil globale. Un record assoluto.

Se nel 2016 le spese militari (5,6 trilioni di dollari) e la sicurezza interna (4,9 trilioni di dollari) hanno rappresentato oltre i due terzi dei costi di guerre e conflitti, i due terzi delle perdite economiche sono causate direttamente dai conflitti (1 trilione di dollari) e dal crimine e dalla violenza interpersonale (2,6 trilioni di dollar).

Rob Smith, del World economic forum, dice che «Non sorprende che il costo della guerra sia aumentato, così come il numero di conflitti. Globalmente, nel 2006  c’erano 278 conflitti politici. Dieci anni dopo, il numero di conflitti politici era salito bruscamente a 402».

Il rapporto Ocha sottolinea che «Nel 2016, 38 crisi sono state ritenute “molto violente”, erano cinque in meno rispetto al 2015», ma tra il 2015 e il 2016 i conflitti hanno costrette a fuggire dalle loro case altre 300.000 persone, portando il numero totale mondiale dei profughi di guerra a 65,6 milioni.

Nel decennio 2006 – 2016, i conflitti di media intensità – o le crisi violente – hanno registrato il maggiore aumento, passando da 83 nel 2006 a 188 nel 2016.

La regione che registra il maggior aumento dei conflitti dal 2006 e il numero più alto all’anno (118 in media) è stata l’Asia-Pacifico, anche se l’Oceania è stata praticamente esente da conflitti violenti.

Nel 2016 si contavano anche più di 40 milioni di profughi interni (cioè persone rimaste nel loro Paese ma costrette ad abbandonare le zone di conflitto), mentre altri 22,5 milioni sono stati classificati come rifugiati e i richiedenti asilo erano quasi 3 milioni.

Forse se il candidato leghista del centro-destra a governatore della Lombardia leggesse queste cifre, azionasse un minimo di cervello, e capisse che le cause profonde della guerra sono anche nella florida economia della sua Regione, si eviterebbe delle battute razziste (poi derubricate a lapsus, sic!) da “purezza della razza”. Ma probabilmente – cosa ancora più grave – queste cose le sa bene e le ignora apposta per continuare nella sua politica di odio xenofobo, così come si è “dimenticato” insieme a Salvini della Padania indipendente, della Roma ladrona e della Napoli colerosa per passare al “prima gli italiani”.

Tornando alle cose serie, il più dannoso dei conflitti in corso è quello in Siria, che ha prodotto 6,3 milioni di sfollati interni e 5,5 milioni di rifugiati: il numero più alto in qualsiasi nazione. Quella siriana che ha spinto centinaia di migliaia di profughi sulle coste europee è una guerra civile sciagurata, trasformatasi in una guerra internazionale a causa di un ancora più sciagurato intervento occidentale, prima a sostegno delle milizie jihadiste sostenute da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti e poi contro lo Stato Islamico/Daesh, figlio di quelle stesse milizie islamiste finanziate e armate per abbattere il regime di Bashir al Assad, finanziato e armato da russi, iraniani e cinesi (ma prima del ripudio anche da italiani ed europei).

A parte la Siria, i Paesi che tra il 2015 e il 2016 hanno avuto il maggior numero di rifugiati sono stati l’Afghanistan (2,5 milioni), il Sud Sudan (1,4 milioni), la Somalia (1,0 milioni) e il Sudan (0,65 milioni). In quasi tutti questi casi c’è lo zampino dell’Occidente, spesso presente in armi e con vendite di armi o comunque parte in causa del caos politico che ha prodotto Paesi “fantasma” come la nostra ex colonia somala.

Nel 2016 la Turchia ha “ospitato” 2,9 milioni di rifugiati, molti dei quali fuggiti dalla vicina Siria, ma intanto è intervenuta militarmente in Siria e – è notizia di queste ore – si prepara ad un’altra invasione del territorio controllato dalle Forze democratiche siriane, la coalizione progressista e federalista siriana a guida kurda che Ankara considera terroristica e che è appoggiata dalla Coalizione internazionale messa in piedi dagli Stati uniti d’America (che con la Turchia sono alleati nella Nato e che in Turchia hanno basi militari e bombe nucleari).

Mentre i leghisti di casa nostra e i loro camerati europei si lamentano di un’invasione che non c’è, altri Paesi extraeuropei ospitano una gran parte dei rifugiati nel mondo, come il Pakistan (1,4 milioni), il Libano (1 milione), l’Iran (0,97 milioni) e l’Uganda (0,95 milioni).

Molti di questi conflitti sono legati alla lotta per accaparrarsi le risorse, le rotte di petrolio e gas, le ricchezze minerarie che alimentano la società tecnologica dei consumi e l’enorme costo delle guerre è una “esternalità” che paghiamo caramente e sanguinosamente noi tutti per conto delle grandi imprese, comprese quelle che producono armi per alimentare questa macelleria planetaria. Per combattere queste crisi umanitarie e migliorare la vita di milioni di persone, l’ex Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha presentato una nuova “Agenda for Humanity” che delinea cinque punti fondamentali per ridurre la sofferenza dell’umanità dovuta a guerra e violenze: 1. “Prevenire e terminare i conflitti” che comprende un invito a migliorare la leadership e la necessità di agire preventivamente; 2. “Rispettare le regole di guerra”, include la protezione dei civili e delle loro case e la fornitura di assistenza umanitaria e medica; 3. “Non lasciare nessuno indietro”, cioè affrontare la questione di profughi e sfollati e assicurarsi che nessuno si dimentichi dell’educazione dei bambini durante le crisi; 4. “Lavorare in modo diverso per porre fine ai bisogni”, include il rispetto e il rafforzamento della leadership e delle capacità locali, piuttosto che sostituirle; 5. “Investire in umanità”, punta a migliorare gli investimenti nella stabilità e capacità locali, oltre a chiedere la diversificazione delle risorse e una maggiore efficienza.

Il rapporto Ocha dice che se i governi del mondo si assumessero queste responsabilità questo aiuterebbe l’Onu a raggiungere i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, che includono la fine della povertà, la protezione del pianeta e la promozione di società pacifiche, giuste e inclusive, libere dalla paura e dalla violenza.

Tutti obiettivi per i quali dovrebbe lavorare non la politica “buonista”, ma semplicemente la buona politica, quella che capisce che un mondo in guerra e armato fino ai denti produce migranti, profughi, richiedenti asilo e ingiustizia, miseria e disperazione.

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