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Populismo e grandi opere: il caso Tap in Puglia

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Da una parte politici che hanno promesso tutto senza curarsi della fattibilità delle promesse, dall’altra una popolazione che ha creduto a chi prometteva la luna

Abituati al ritornello “il popolo lo vuole” si rimane sorpresi dalle decisioni del governo grillo-leghista sul Tap, il gasdotto che porterà – attraverso l’Adriatico – il gas del mar Caspio in Europa, sbarcando in Puglia, a Melendugno. In questo caso il “popolo” non lo vuole, ma si farà. Perché?

Per primo c’è l’aspetto geopolitico. L’Europa che, attraverso la Nato, è sotto la protezione Usa, acquista il gas dalla Russia, pagandolo ingenti somme. Questo comporta una dipendenza energetica ma anche un finanziamento al principale avversario degli Usa in campo europeo. Trump vorrebbe limitare l’egemonia energetica russa (in Italia il 40% del gas proviene da lì) ed è favorevole alla diversificazione delle forniture di gas all’Europa. Da qui l’appoggio Usa al Corridoio sud che trasporta il gas dai giacimenti sotto il mar Caspio, in Azerbaijan, alla Turchia, poi alla Grecia e finalmente all’Italia e all’Europa attraverso il Tap; l’Italia del governo grillo-leghista si è posta in rotta di collisione con l’Europa, isolandosi dai tradizionali alleati come Francia e Germania, quindi diviene un partner ideale per l’America di Trump che vorrebbe indebolire l’Unione europea.

L’Italia isolata ha una partita importante da giocare nel Mediterraneo: la Libia, dove i giacimenti di petrolio sono in buona parte in mano a Eni a cui si oppone la Total con l’appoggio del governo francese. Per riprendere il controllo della situazione libica l’Italia ha convocato a Palermo una conferenza il 12-13 novembre. In quel contesto l’Italia isolata ha bisogno dell’appoggio di Trump.

Quindi su questo fronte l’accordo Usa-Italia sembra consistere nello scambio tra l’appoggio americano nella questione libica e l’aiuto dell’Italia in altre questioni importanti come: missioni militari (Afghanistan), contributi alla Nato, F-35, riequilibrio della bilancia dei pagamenti a favore degli Usa, e realizzazione del Tap. Di questo si è trattato nella visita del presidente Conte alla Casa Bianca del 30 luglio, quando Trump in conferenza stampa ha dettato a Conte i compiti a casa: «Signor Primo ministro, spero che lei sia in grado di fare questo gasdotto».

Quindi il Tap si fa, ma non solo per l’interesse americano, anche per motivi economici. Perché non fare il Tap significa non realizzare l’ultimo tratto di 8 km in territorio pugliese di un gasdotto di 878 km. La soluzione alternativa consisterebbe nel deviare il gasdotto all’altezza dell’Albania e portarlo verso l’Austria. A quel punto ci sarebbero da pagare penali variabili tra 20 e 70 miliardi, e poi comprare il gas dall’Austria a un costo maggiore. Cosa impensabile, ma che era chiara a partire dal febbraio 2013 quando fu firmato l’accordo tra Grecia, Italia e Albania.

Questo aspetto non secondario del problema è stato “scoperto” solo a fine giugno dal ministro per il Sud, la grillina Barbara Lezzi, votata dai No-Tap. I 5stelle che avevano promesso il blocco dell’opera in 15 giorni una volta al governo hanno dovuto fare marcia indietro. La decisione del Governo favorevole al rifinanziamento dell’opera si è manifestata il 5 luglio, quando il delegato del Mef nella Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha dato il suo assenso al prestito ulteriore di 500 milioni di euro al Tap (sollevando le proteste dei No-Tap), e successivamente è stata ribadita il 16 luglio durante la visita del presidente della Repubblica e del ministro degli Esteri a Baku, in Azerbaijan.

Quindi il Tap va fatto nonostante che il “popolo” non lo voglia. E qui entra in gioco l’aspetto locale che crea problemi alla metà grillina del governo. I 5stelle pensano di risolvere la cosa col dialogo e invocando la trasparenza. Il problema è che la trasparenza imporrebbe di dire: vi abbiamo promesso cose che sapevamo di non poter realizzare sul piano economico e che non sono convenienti neppure sul piano dei rapporti politici internazionali, e per questo l’opera va fatta.

Viceversa le motivazioni sono (vedi Di Maio) che si fa perché la Lega è favorevole, oppure (vedi Lezzi) perché ci sono delle penali delle quali non si era a conoscenza prima, ma “noi rimaniamo contrari”. Così i 5stelle possono tentare la strada della denuncia alla magistratura per vizi di procedura, con la speranza che questa possa intervenire bloccando i lavori nonostante che l’opera abbia tutte le autorizzazioni ambientali. Insomma di tutto, pur di togliersi di dosso la responsabilità della decisione.

Ovviamente i comitati No-Tap si sentono traditi e fanno promesse elettorali al contrario, e cioè di non votare mai più 5stelle che a Melendugno hanno preso alle ultime politiche il 67%. Per questo motivo si cerca di prendere tempo, rinviando l’ok definitivo del ministro per l’Ambiente Costa al progetto del Tap nella speranza che la magistratura blocchi a novembre l’opera, in modo da passare indenni le prossime elezioni europee.

Quindi ad oggi abbiamo da una parte dei politici che hanno promesso tutto senza curarsi della fattibilità delle promesse, e una popolazione che ha creduto a chi prometteva la luna. Il che fa riflettere sul moderno populismo, del quale il presidente Conte dice di essere orgoglioso perché significa essere vicini al popolo. Se questa vicinanza si riduce a proporre il rimedio miracoloso a malati creduloni, si va poco lontano. Anzi si rischia di finire male.

di
Ferdinando Semboloni

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