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Popolazione consumi ambiente: una vecchia polemica

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I lettori di Ecologia hanno trovato, nel numero di luglio 1972, la traduzione dell’articolo di Barry Commoner (1) su­gli effetti ecologici dell’aumento dei consumi, un problema che lo stesso au­tore aveva trattato anche in un prece­dente esauriente articolo (2) e nel re­cente libro: «The closing circle» (3) (di cui presto apparirà la traduzione ita­liana da Garzanti).

Le idee di Commoner non trovano tutti consenzienti, anzi sono al centro di una vivace polemica: il grande antagonista di Commoner è Paul Ehrlich — autore a sua volta di un fortunato libro: “The population bomb» (4) — il quale so­stiene che l’attuale crisi ecologica ha la sua principale causa nel rapido au­mento della popolazione: la popolazio­ne mondiale è oggi di circa 3700 mi­lioni di individui e aumenta in ragione di poco meno de! 2 % all’anno, il che significa che, se continua tale tasso di accrescimento, raddoppierà ogni 35 an­ni. Se non si vuole che questa massa di individui, con la sua richiesta di ali­menti, di acqua, di minerali e con la sua produzione di rifiuti, eroda e avveleni il pianeta, l’unica cosa da fare — se­condo Ehrlich — è imporre un limite alla popolazione, anche con mezzi coer­citivi (5).

Commoner ha cominciato a polemizza­re con Ehrlich fin dal 1970, dapprima in forma blanda, poi in termini sempre più vivaci: secondo lui la posizione di Ehrlich e dei fautori di una limitazione anche coercitiva delle nascite (fra que­sti vi è Garrett Hardin, un altro noto biologo (6)), è inaccettabile moralmente e politicamente, è repressiva e dittato­riale. La soluzione va invece vista, se­condo Commoner, in una modificazione degli ideali e degli obiettivi della so­cietà capitalistica (privata o di stato), in una revisione delle scelte tecnologi­che e delle scelte delle materie prime, in una disciplina dei consumi e degli sprechi.

Ehrlich ha ribadito il suo punto di vi­sta in un articolo pubblicato, in colla­borazione con John Holdren, sulla ri­vista americana Science (7): per questi autori l’impatto, l’effetto negativo sul­l’ambiente, I, è dato, nella forma più semplice, dal prodotto di due grandez­ze, la quantità della popolazione, P, e un fattore, F, proporzionale alla quan­tità di merci consumate da ciascun in­dividuo, al tipo di tecnologia impie­gata, ecc.

I = P x F

Anzi, sostiene Ehrlich, il contributo in­dividuale all’effetto negativo sull’am­biente è a sua volta funzione della popolazione perché un aumento della popolazione rende possibili economie di scala: se aumenta la produzione di una merce, infatti, ne diminuisce (in generale) il costo unitario, quindi ne aumenta il consumo e la produzione e così via; per cui è più esatto scrivere:

I = P x F(P)

Ne deriva che il vero cardine dei pro­blema ambientale è rappresentato dal­l’indiscriminato aumento della popola­zione ed Ehrlich e Holdren concludono che «il controllo della popolazione, l’uso di differenti tecnologie, il pas­saggio dagli attuali cicli produttivi aper­ti ad altri in cui i rifiuti vengono riu­tilizzati, la equa distribuzione delle pos­sibilità e dei benessere, sono misure che debbono essere tutte adottate se si vuole avere un futuro che meriti di essere vissuto. Trascurare anche una sola di queste misure significa sabotare tutta l’impresa» (7).

Riassumerò brevemente la risposta di Commoner (1) (2) (3) che i lettori già conoscono: il deterioramento ambien­tale, I, deriva dal prodotto non di due, ma di tre fattori: la popolazione, P, il livello di vita e di benessere, schema­tizzabile come consumo pro capite, C, e un indice dei cattivo uso della tecno­logia, T, che può essere espresso come deterioramento ambientale per unità di merce consumata (8).

L’equazione di Ehrlich deve essere quindi corretta nella forma:

I = P x C x T

Come unità di misura, I potrebbe essere dato dai chilogrammi di agenti inqui­nanti immessi in un anno nell’ambiente; P dal numero di persone; C dal nume­ro di chilogrammi di merce consumati ogni anno da ciascuna persona, e T dal numero di chilogrammi di agenti inquinanti immessi nell’atmosfera quan­do viene fabbricato un chilogrammo di merce.

Si tratta, naturalmente, di una sem­plificazione che non tiene conto dell’’inquinamento dovuto al calore, al ru­more, alfa radioattività e a «consumi» non materiali come i servizi, i trasporti, ecc.; inoltre non tiene conto (9) dei de­terioramento dell’ambiente diverso dall’’inquinamento, come erosione dei suo­lo, effetti negativi dei diboscamento, turbamenti degli ecosistemi, ecc.

Tenendo presenti questi limiti dell’ana­lisi e sulla base dell’equazione sopra riportata, Commoner rileva che la po­polazione e i consumi sono certamen­te due cause della crisi ecologica, ma non le uniche e le più importanti: la vera causa importante dei deteriora­mento ambientale è il cattivo uso della tecnologia che è stata finora ispirata da un tipo di società ad economia di rapina. Infatti, se ci si riferisce agli Stati Uniti, dal 1946 ad oggi la popo­lazione è aumentata di 1,42 volte men­tre le sostanze inquinanti sono aumen­tate di dieci volte, cioè la produzione di sostanze inquinanti pro capite è au­mentata di sette volte; tale aumento è dovuto non all’aumento della produzio­ne di beni essenziali (cibo, vestiti, ecc.), ma all’aumento di beni non strettamen­te necessari e all’introduzione, al posto di merci non inquinanti, di altre molto più inquinanti – in altre parole ad un uso più scadente della tecnologia.

Fra i numerosi esempi citati da Com­moner a sostegno di questa tesi ne ri­corderò due, sempre relativi agli Stati Uniti. Dal 1949 al 1968 la produzione agricola è aumentata di 1,45 volte men­tre l’uso dei fertilizzanti azotati è au­mentato di 7,5 volte; ciò significa che gran parte di questi fertilizzanti erano inutili, non sono stati utilizzati dalla ve­getazione e si sono dispersi nel terre­no diventando sostanze inquinanti per le acque sotterranee e superficiali. E ancora: i prodotti sintetici (materie pla­stiche, fibre sintetiche, ecc.) che sosti­tuiscono la carta, il legno, il cuoio, le fibre tessili naturali, a parità di utilità per il consumatore e a parità di peso, per la loro non biodegradabilità inqui­nano molto di più dei corrispondenti prodotti naturali.

In queste trappole siamo caduti perché abbiamo ubbidito all’illusorio mito che progresso sia l’aumento delle mer­ci e dei profitto (per il capitalista pri­vato, equivalente all’efficienza dei bu­rocrate dei capitalismi dì stato) senza alcuna cura per la natura e per la qualità della vita dell’uomo. Commoner conclude che il danno all’ambiente do­vuto all’aumento della popolazione e dei consumi di beni essenziali è mode­sto se confrontato col danno derivante dal tipo delle merci – spesso inutili – che il consumatore è indotto a con­sumare e dalla maniera antiecologica in cui la maggior parte delle merci è stata prodotta ed è arrivata al consu­matore: non è l’aumento della produ­zione e del consumo di birra che ha provocato un aumento dell’inquinamen­to, ma l’uso di lattine e di bottiglie a perdere per portare la birra al consu­matore. E ancora, i danni ecologici veri pro­vengono dallo spreco preso come mo­dello di vita, dalle merci inutili, dallo sperpero di risorse per la produzione di armi, e, indirettamente, dallo sfrut­tamento dei Paesi poveri, dalla discri­minazione razziale, dall’ingiustizia nei rapporti interni e internazionali di cia­scun paese, istituzionalizzata in nome dei profitto.

Commoner sostiene non che la popo­lazione terrestre possa aumentare inde­finitamente, ma che l’attribuire le colpe soltanto alla popolazione e ai consumi sarebbe ingiusto e spietato nei confron­ti soprattutto dei ceti poveri e dei paesi dei terzo mondo che hanno bi­sogno di alimenti, di indumenti, di abi­tazioni sane e dignitose, di assistenza medica: quando avranno raggiunto mi­gliori condizioni di vita (in termini di cibo, abitazioni, sicurezza per la sa­lute e per la vecchiaia, istruzione, si­curezza dai pericoli della guerra, ecc.), attraverso una più giusta ripartizione dei beni materiali essenziali disponibili nel mondo, allora quelli che oggi sono poveri, sottosviluppati e che hanno fa­miglie numerose saranno indotti ad es­sere più responsabili nei confronti del­la procreazione e affronteranno la co­siddetta transizione demografica, evi­tando di avere un numero di figli ai di là della possibilità materiale di assi­curare loro una vita dignitosa. Costringere i genitori a limitare il nu­mero dei figli lasciandoli nella povertà e nell’ignoranza risolve soltanto il pro­blema di non dover spartire con loro il benessere che i popoli ricchi hanno — o almeno di non doverlo spartire subito perché la situazione risultante ha in sé i germi dell’instabilità e della protesta.

Tanto più che, ricorda Commoner, alla esplosione della popolazione nei paesi del terzo mondo hanno contribuito an­che i paesi colonialisti introducendo bruscamente la loro tecnologia nei paesi soggetti: per esempio la dimi­nuzione della mortalità aveva anche lo scopo di disporre di abbondante mano d’opera locale per lo sfruttamento del­le risorse e delle materie prime; ces­sata la colonializzazione; i paesi in­dustriali, quelli che adesso hanno im­provvisamente scoperto la saggezza de­mografica (per gli altri), hanno prodot­to per sintesi i surrogati delle materie prime (gomma, legname, fibre tessili naturali) ricavate fino allora dalle ex colonie, lasciando queste ultime in pie­na espansione demografica e in mise­ria per la crescente difficoltà di espor­tare tali materie prime locali.

Ehrlich e Holdren non hanno tardato a replicare al libro di Commoner con una lunga recensione critica che è sta­ta fatta circolare nei primi mesi dei 1972, fra gli studiosi interessati. A que­sto punto la polemica si tinge di gial­lo: la rivista “The Bulletin of the Atomic Scientists” propone di pubblicare la re­censione e offre a Commoner la pos­sibilità di replicare nel numero suc­cessivo; Commoner chiede invece che la sua replica sia pubblicata nello stes­so fascicolo contenente la recensione e chiede un po’ di tempo, per cui il “Bulletin” decide di rimandare la pub­blicazione della recensione e della re­plica al fascicolo di maggio 1972. Con meraviglia di tutti, invece, nel fa­scicolo di aprile 1972 di “Environment”, la rivista che praticamente fa capo a Commoner, appaiono insieme recensio­ne e replica (9). (Ma nel numero di giugno 1972 la rivista “Environment” chie­de scusa a Ehrlich e Holdren per aver pubblicato il loro testo senza permes­so).

Ehrlich e Commoner o i rispettivi fau­tori si sono scontrati anche nel Forum di Stoccolma, la sede delle manifesta­zioni spontanee e non ufficiali che si sono svolte parallelamente alla Confe­renza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (giugno 1972).

Se si guarda bene, la polemica è me­no radicale di quanto sembri, tanto che una persona un po’ perfida po­trebbe pensare che sia giovata soprat­tutto al lancio o al rilancio pubblicita­rio dei due personaggi e dei loro libri; in definitiva sia Ehrlich che Commoner riconoscono che occorre rallentare l’au­mento della popolazione e dei consumi e orientare l’economia e la tecnologia verso fini sociali attenti ai problemi ambientali. La differenza è che la prio­rità e la primaria importanza è attri­buita da Ehrlich alla limitazione della popolazione (10), da Commoner alla modificazione della tecnologia e del tipo di merci prodotte.

Sarebbe perciò, secondo me, difficile classificare — secondo quanto siamo subito portati a fare noi in Italia — i due studiosi secondo delle precise ideologie, dire per esempio che Ehrlich è un uomo di destra e Commoner è un uomo di sinistra, perché entrambi sembrano considerare che il tipo di democrazia parlamentare in cui vivono sia correggibile verso strutture più con­sone ad assicurare, per Ehrlich, una disciplina della popolazione e dei con­sumi e per Commoner, una correzione delle attuati tecnologie distorte.

Il discorso sui metodi per arginare la crisi ambientale è stato, naturalmente, portato avanti anche da noi, anche sen­za il rilievo pubblicitario che ha avuto lo scontro fra Ehrlich e Commoner: molto approssimativamente si possono individuare tre posizioni. Quella che minimizza la constatazione che le ri­sorse del pianeta sono limitate e che quindi considera non necessaria una politica diretta a limitare la popolazione mondiale: su questa posizione si tro­vano certi comunisti (e la stessa Unio­ne Sovietica) e certi cattolici. La se­conda posizione, quella «alla Ehrlich» della urgente necessità di un controllo della popolazione, anche più o meno coatto, è diffusa in ambienti culturali liberalmoderati, ma anche fra alcuni studiosi di sinistra.

Infine una posizione più vicina a quella di Commoner e centrata sulla critica alla tecnologia e ad un certo tipo di consumi è assunta da una parte dei cattolici (lo stesso documento sulla “Giustizia nel mon­do» del Sinodo ricorda che le risorse del pianeta sono limitate), da una parte degli studiosi di sinistra, da molti stu­diosi dei problemi dello sviluppo sulla base di varie considerazioni: la na­scita di chi deve essere limitata ?

Pre­sumibilmente quella dei figli dei poveri, degli affamati, dei sottosviluppati, dei negri, dei meridionali, di coloro che procreano in maniera irresponsabile, e viene il sospetto che questo sia un metodo per ridurre il numero di coloro con cui i ricchi, i saggi, i sani cor­rono il rischio di dover spartire il be­nessere accumulato per sè e per i propri figli (il cui numero è volontaria­mente e saggiamente controllato).

II discorso è tanto più sospetto quan­do la saggezza demografica per i pae­si sottosviluppati è gestita, come sug­gerisce Ehrlich (3; p. 241) (11), dagli Stati Uniti attraverso la concessione degli aiuti finanziari soltanto a chi pra­tica il controllo delle nascite (12), il quale finisce così per apparire un me­todo per limitare i futuri potenziali scontenti e rivoluzionari. D’altra parte non vi è dubbio che le risorse del pianeta sono limitate e non sono disponibili per una popolazione illimitata, per cui un freno all’aumento della popolazione va posto, una pa­ternità responsabile va in tutti i modi incoraggiata e raccomandata, ma i me­todi e i tempi richiedono scelte poli­tiche ancora tutt’altro che chiare.

L’approfondimento delle interrelazioni fra popolazione, consumi, tecnologia, sviluppo, economia e conservazione di quella «casa » senza la quale popola­zione e sviluppo non hanno senso, si sta facendo tanto più urgente in quan­to si sta rapidamente avvicinando la Conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione che si terrà a New York dal 19 al 30 agosto 1974: una delle sezioni riguarderà precisamente i pro­blemi della popolazione in relazione allo sviluppo, all’ambiente e alla dispo­nibilità di risorse naturali visti nell’am­bito delle singole nazioni e dei rap­porti internazionali, naturale prosecu­zione della III Conferenza sul commer­cio e lo sviluppo di Santiago del Cile e della Conferenza di Stoccolma sull’ambiente.

Anche questa volta i governi saranno invitati ad inviare delle relazioni na­zionali; abbiamo visto tutti come il go­verno italiano nella sua relazione na­zionale alla Conferenza di Stoccolma abbia eluso i principali problemi am­bientali del paese. Succederà lo stes­so per i problemi della popolazione? Speriamo che i responsabili della re­lazione nazionale seguano il dibattito che una parte della cultura mondiale e anche italiana sta sviluppando.

BIBLIOGRAFIA

1) Commoner, B., «II costo ambientale dello sviluppo economico», Ecologia, 2, (5/6), 3-17 (luglio 1972): il lavoro originale, «The environmental cost of economic growth», è apparso nella rivista Chemi­stry in Britain, 8, (2), 52-65 (Febbraio 1972).

2) Commoner, B., Corr, M. e Stamler, P.J., «The causes of pollution», Environment, 13, (3), 2-19 (aprile 1971).

3)Commoner, B., «The closing circle. Nature, man and technology», Knopf, New York, 1972. (Appare in questi giorni in edizione italiana «Un cerchio da chiudere» Garzanti).

4) Ehrlich, P., «The population bomb», Ballantine, New York, 1966, 1968.

5) Cfr. Anche: Ehrlich, P.R. e Ehrlich, A.H., «Population, resources, environment», Freeman, San Francisco, 1970.

6) Delle numerose opera di questo autore si veda, in particolare: Hardin, G. (editor), «Population, evolution and birth control. A collage of controversial ideas», Freeman, San Francisco, 1964 e 1969.

7) Ehrlich, P.R. e Holdren, J.P., « Impact of population growth », Science, 171, 1212­1217 (26 Marzo 1971); si vedano anche le «lettere» alla rivista pubblicate in Science, 173, 278 e 280. (1971)­

8) Di questa affermazione Commoner (2) dà credito ad un articolo di P. Ehrlich e J. Holdren, «The people problem», Sa­turday Review, 4 Luglio 1970, p. 42. L’a­nalisi degli stessi autori, apparsa alcuni mesi dopo (7), impostava le cose nel modo meno preciso che sì è detto.

9) «Dispute: The closing circle», Environ­ment, 14, (3), 23-52 (Aprile 1972); la recen­sione di P.R. Ehrlich e J.P. Holdren oc­cupa le pagine 24, 26, 31-39, la risposta di Commoner le pagine 25, 40-52.

10) Ehrlich ha due figli e si dice che si sia fatto sterilizzare per dare un esempio del tipo di famiglia necessaria alla crescita zero della popolazione (ZPG, Zero popu­lation growth) raccomandata dall’associazione, ZPG appunto, di cui è animatore. È noto che una popolazione resterebbe stazionaria se ogni coppia avesse in media due figli.

11) Ehrlich, P.R., «The population explosion: facts and fiction», in Johnson, H.D. (editor), «No deposit – No return», Addison-Wesley, Reading, 1970, p. 44.

12) Si veda anche quanto esposto nel libro di Paddock W. e Paddock, P., «Famine 1975», Little, Brown, Boston, 1967, p. es. p. 226.

Autore: Giorgio Nebbia

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