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Luglio 69: cinquant’anni fa le prove di autunno caldo

1969-autunno-caldo

Il 3 luglio 1969 scattò a Torino lo sciopero generale contro il caro affitti e gli sfratti – Studenti e operai organizzarono una contromanifestazione che degenerò negli scontri di corso Traiano – Erano le premesse dell’autunno caldo.

Fino a cinquanta anni fa con il termine “autunno caldo” si indicava un periodo di tempo soleggiato e dalla temperatura mite dopo le prime gelate dell’autunno e prima dei freddi invernali: l’indian summer americana o l’été des indiens franco-canadese.

Ma dal 1969 da noi il termine “autunno caldo” assume tutt’altro significato e diventa sinonimo di stagioni caratterizzate da violente lotte sindacali.

Come tutti gli avvenimenti della storia, anche l’autunno caldo del 1969 ha un inizio simbolico il 3 luglio alla Mirafiori di Torino ed una fine il 21 dicembre seguente a Roma con la firma del rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.

Alla fine degli anni Sessanta Torino è ormai una factory town, la Detroit d’Europa. Nello spazio di vent’anni è passata da 700mila abitanti ad oltre 1.200.000.

La produzione automobilistica nazionale, ad esclusione dell’Alfa Romeo a Milano e dell’Autobianchi a Desio, è concentrata negli stabilimenti Fiat di Torino, a Mirafiori con oltre 60mila lavoratori, al Lingotto e a Rivalta con altri 20mila cadauno, agli stabilimenti Lancia di Borgo San Paolo e di Chivasso con i loro 10mila addetti, oltre agli stabilimenti dei veicoli industriali o della Grandi Motori e delle Fucine e Fonderie.

Sono dunque nel 1969 più di 150mila i lavoratori Fiat a Torino, compresi i quadri, tecnici ed impiegati degli Enti Centrali, per non dimenticare il numero rilevante degli addetti all’indotto della fornitura diretta ed indiretta gravitante sull’area torinese dell’automotive.

Gli aumenti della produzione automobilistica per far fronte alla motorizzazione di massa del Paese si sono resi possibili grazie a progressive ondate di lavoratori provenienti dapprima, negli anni Cinquanta, dalle province piemontesi dell’astigiano e del cuneese e dal nord-est, in particolare dal Polesine, e successivamente, negli anni Sessanta, dalle regioni meridionali.

Il crescente numero di lavoratori Fiat metterà in crisi, dati i costi sempre più elevati, il sistema di welfare aziendale voluto da Valletta, basato sulla sanità aziendale (la MALF: mutua aziendale lavoratori Fiat), sui servizi alle famiglie (in particolare gli asili nido e le scuole professionali), e soprattutto sulla disponibilità di alloggi con le Case Fiat.

La carenza di alloggi, nonostante gli enormi falansteri sorti come funghi nelle periferie, ed il “caro affitti” (accompagnato da odiose discriminazioni nei confronti degli immigrati meridionali) saranno una delle cause della rabbia sociale che entrerà nelle fabbriche.

Una qualche avvisaglia si aveva già avuta a Torino nel luglio del 1962, quando, a seguito dell’accordo salariale siglato dalla Fiat solo con il potente sindacato aziendale SIDA (Sindacato Italiano dell’Auto) e la Uilm-Uil come anticipo dei futuri aumenti contrattuali nazionali, ci furono tre giorni di protesta degli altri sindacati non firmatari con scontri di piazza e l’assalto di “agitatori professionisti” ( così definiti dalla Questura ) alla sede centrale della Uilm.

Tra le polemiche politiche e sindacali tutti però sottovalutarono il malcontento che cresceva nelle fabbriche, a partire dalla Fiat, che decideva poco dopo di costruire un altro stabilimento di grandi dimensioni a Rivalta, sempre alle porte di Torino.

Sono gli anni in cui antagonismo e aggressività si coagulano in una popolazione operaia, in maggioranza alle catene di montaggio, costituita da giovani in prevalenza di recente immigrazione dal sud, che riversa in fabbrica tutto il proprio disagio sociale nel passaggio da una cultura contadina ad una cultura industriale non ancora assimilata.

In questo quadro perdono efficacia le strutture burocratiche di rappresentanza dei lavoratori, come le ormai obsolete Commissioni Interne, e sorgono e si sviluppano nuove forme di rappresentanza non ufficiali, basate sui principi di democrazia diretta.

I nuovi soggetti che catalizzano il consenso sono i delegati, spesso le peggiori teste calde, eletti dai lavoratori del proprio gruppo omogeneo con procedure non formalizzate e molto approssimative, e riuniti in consigli di fabbrica.

A partire dalla tarda primavera del 1969 nelle fabbriche Fiat si assisterà ad un processo di allargamento del conflitto che trova soprattutto nei delegati e nei consigli di fabbrica, al di fuori delle strutture sindacali ortodosse, gli strumenti organizzativi e di azione più significativi,

Nei mesi di maggio e giugno, Mirafiori è attraversata da una serie di scioperi a “gatto selvaggio” (i wild cats della tradizione tradeunionista inglese) con i singoli reparti di lavorazione che scendono senza preavviso in sciopero provocando le fermate produttive degli altri reparti a monte o a valle, con conseguenti sospensioni dell’attività lavorativa e messe in libertà di tutti i lavoratori.

Le motivazioni degli scioperi sono i cosiddetti “carichi di lavoro” ritenuti eccessivi, ma è indubbio che il disagio sociale dall’esterno si riverbera all’interno dei luoghi di lavoro.

I sindacati ufficiali, per riprendere la situazione sotto la loro direzione, inaugurano la stagione, che avrà largo seguito negli anni a venire, degli “scioperi politici” dichiarando per il 3 luglio lo sciopero generale a Torino contro il caro affitti e il massiccio ricorso agli sfratti, rivendicando una soluzione al problema della casa.

Purtroppo quel 3 luglio del 1969 sarà una giornata di tafferugli e di scontri di piazza con le forze dell’ordine.

In mattinata davanti i cancelli della Mirafiori si radunano alcune migliaia di operai in sciopero (4/5mila secondo le fonti dell’epoca) per partecipare ad una contromanifestazione, in opposizione a quella organizzata dai sindacati, convocata dall’Assemblea operai e studenti, vale a dire dalle frange estreme del movimento studentesco torinese, rappresentate da Potere Operaio, Lotta Continua e Servire il Popolo.

Gli scontri con le forze dell’ordine iniziarono ben presto quando arrivò l’ordine di sciogliere il corteo non autorizzato che i manifestanti stavano formando. Qualcuno cominciò a lanciare sassi contro la polizia e seguirono cariche e tafferugli con i gruppi dei manifestanti che si erano sparsi nelle vie attorno Mirafiori.

Verso le 14, in concomitanza con l’arrivo degli operai del secondo turno, i manifestanti, in maggioranza giovani operai meridionali e studenti antagonisti, si ricompattavano in corso Traiano, di fronte alla Palazzina Uffici di Mirafiori, e riprendevano gli scontri con la polizia e i carabinieri.

Fu una vera e propria battaglia, con feriti e contusi da ambo le parti, che durò fino a tarda sera, con gli scioperanti che, saliti ai piani alti dei palazzi in costruzione di corso Traiano, lanciarono per ore materiali vari di costruzione sulle forze dell’ordine.

La notizia degli scontri si diffuse rapidamente in città e migliaia di torinesi, tra cui chi scrive, contrariamente alla loro indole di bugia nen (gente che non si muove), confluirono sul posto ad osservare attoniti ed increduli ciò che stava avvenendo.

Era l’avvio dell’“autunno caldo”.

A partire dall’autunno del 1969 e sino alla marcia dei quarantamila dell’ottobre 1980 non passerà infatti a Mirafiori una stagione contrattuale, nazionale o aziendale, che non sia pervasa da scioperi interni con cortei “spazzatutto”, sia per le officine che per gli uffici, con i capi costretti, a volte a calci nel sedere, a sfilare alla testa dei cortei, o da picchettaggi di “persuasione” agli ingressi sin dalle prime luci dell’alba nel caso di scioperi di 8 ore per turno. E poi, per premere sulla chiusura delle vertenze, si arrivava infine alla cosiddetta “spallata finale” con il blocco totale degli stabilimenti anche per una o più settimane.

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