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La Riforma della Unione Europea: la parola al Parlamento

Allegati: lezione di Mario Campli ed eBook di Alfonso Pascale

Alcuni mesi fa, quando di elezioni del Parlamento Europeo non ancora si cominciava a parlare (ma la data era già fissata!), alcuni di noi di fronte allo stallo della Integrazione Europea – ricordo che fu dinanzi ad una assemblea di studenti (ed anche futuri elettori nel maggio 2019) – lanciammo la proposta di “fare come nel nostro Paese”, subito dopo la riconquista della libertà (1946): unire alle elezioni politiche del nuovo Parlamento anche la elezione diretta di una «Assemblea costituente» per predisporre il testo della Costituzione. Quindi, nel nostro caso, unire alle elezioni del Parlamento europeo del maggio 2019 anche quella di una «Assemblea costituente europea» per la modifica di alcuni articoli dell’attuale Trattato sull’Unione europea: per cambiare il modello decisionale dell’Unione, superare il metodo intergovernativo (causa ed origine dello stallo), per ridefinire le due sovranità (quella unionale-federale e quella degli Stati membri nazionali) e introdurre il principio della ‘integrazione differenziata’. La proposta suscitò entusiasmo, ma restò nelle menti dei giovani studenti. Né gli accademici (non ci sono basi giuridiche nel Trattato), né il giornalismo importante e neppure le forze politiche prendevano di petto la evidente, grave situazione di stallo della Unione. Né l’europeismo “militante” («i problemi sono altri»), né i sovranisti (alcuni già al governo in paesi dell’Unione, altri in corsa per arrivarci, come in Italia). Ora, consumati altri mesi: mentre i grandi Paesi (Germania, Francia, Spagna) sono alle prese con gravi ed emergenti problemi interni, in Italia – già colpita dalle conseguenze del governo degli estremisti/sovranisti – disillusa ma non meno rancorosa, si attende che i partiti formino le liste dei candidati per un confronto (?) pre-elettorale basato sulla contrapposizione (reale ma infruttuosa) tra il sovranismo (peraltro ambiguo: non dice più che vuole uscire o scardinare, ma attacca l’Unione per indirizzare lo scontento anche dei propri elettori verso altre direzioni) e l’europeismo, generoso ma sempre aduso alle ‘parole d’ordine’ (Europa sociale, Europa e giovani, Europa e lavoro, ecc.), senza sapere o dire «Chi» e «Come» deve e può farsi carico, ora, davanti ai popoli d’Europa ed agli Stati, della realizzazione di queste sfide. Questa è la situazione “politica” nella quale il prossimo confronto / scontro pre-elettorale lascerà frustrate le attese per una nuova e diversa Unione Europea e sempre indeterminata la prospettiva di una urgente Riforma di questa Unione. In estrema sintesi, quale è la situazione della integrazione europea? Da una parte, la democrazia delle istituzioni europee risulta essere in gran parte, una ‘democrazia senza popolo’ ( e per i cittadini con la stessa moneta in tasca: una moneta senza ‘sovrano’). Dall’altra, la regola d’oro della democrazia: la «autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti, ne sono allo stesso tempo gli autori» (Habermas). La necessità, dunque, è quella di non frapporre nulla e nessuno alla Istituzione specifica dei “Popoli d’Europa”: il Parlamento eletto con suffragio universale dai Popoli d’Europa. La cosiddetta «Unione politica» è questa: il Parlamento dei popoli che legifera, il Bilancio con una fiscalità limitata ma diretta (vero fondamento, peraltro, della cittadinanza europea), il Governo/Esecutivo europeo, a cui il Parlamento dà o toglie la «fiducia». Soltanto, a completamento di questo disegno, eventualmente, potrebbe risultare utile la elezione diretta di un Presidente dell’Unione che «rappresenta» l’Unità della Integrazione europea (ma non capo del governo dell’Unione). Chiamo questa trasformazione del modello istituzionale una “rivoluzione democratica”. Perché? Perché i Popoli d’Europa potranno identificare immediatamente il luogo e il soggetto a cui dirigere le sue aspettative e le sue rivolte: il «suo» eletto al Parlamento dell’Unione; perché il cittadino o la cittadina di Visegrad – destinatari di leggi cogenti – ne potrà allo stesso tempo essere autore attraverso il proprio “eletto” nel Parlamento dell’Unione; perché l’ “eletto” da un Popolo d’Europa, ogni giorno e su ogni problema della convivenza civica europea, potrà/ dovrà confrontarsi (sterile è proclamare) con altri eletti da altri popoli e costruire la convergenza comune possibile; perché, così, l’eletto-a /deputato-a potrà/dovrà: sia rendersi autonomo dai governi del proprio Stato nazionale, sia contribuire a vincere le pulsioni populistiche e/o identitarie e costruire l’unità delle diversità. Restando chiaro che l’Unione non è una prigione, ma neppure una porta girevole: si può sempre uscire, liberamente. Chi farà questo passo? Chi avrà il coraggio politico di intestarsi questa “rivolta democratica”? Chi potrà? Siamo di fronte a due scenari; due soli scenari. Il primo è questo: la seduta del Parlamento nella grande sala-emiciclo di Bruxelles, a circa due settimane dalle elezioni avvenute il 26 maggio: tutti gli eletti «rappresentanti diretti dei popoli europei (Preambolo e art. 25 del Trattato)» sono convocati per la elezione del Presidente del Parlamento (e dei vicepresidenti). Assolto questo compito, e poco altro, questo Parlamento si ferma…ancor prima di iniziare a lavorare. Il Trattato attuale stabilisce, infatti, che è la Commissione europea la istituzione che propone le leggi e invia le sue proposte al Parlamento e al Consiglio (cioè: i Governi degli Stati). E soltanto dopo i rappresentanti diretti dei popoli europei potranno iniziare a discutere; e dopo aver raggiunto un accordo con gli Stati e i Governi, i cittadini europei vedranno una nuova legge o una nuova riforma. Il secondo scenario è questo: appena il presidente del Parlamento è stato proclamato, alcuni deputati e deputate “europei” chiedono la parola, e pronunciano le stesse parole: «Signor presidente e cari colleghi, Noi, popoli d’Europa abbiamo oggi di fronte ai nostri popoli la responsabilità di delineare un “Nuovo patto di unità tra i nostri popoli” che guardi al futuro e che assuma su di sè la storia grande dei nostri Paesi e dia subito una risposta alle attese dei nostri popoli; propongo, perciò che questa assemblea VOTI, adesso, la convocazione di un SEMESTRE COSTITUENTE, per modificare alcuni articoli del Trattato dell’Unione». Chi potrebbe votare contro? I deputati “sovranisti” non vorranno auto-screditarsi dinanzi ai loro popoli, rinunciando all’occasione vera e diretta di riscrivere le regole secondo una loro visione europea come “area di scambio di merci e basta”. I deputati “estremisti” non potranno sottrarsi a scrivere “nero su bianco” – in diretta – cosa vogliono in concreto da questa Unione europea o se ne vogliono uscire. Gli “europeisti” avranno l’occasione di definire il funzionamento dello slogan: “Stati uniti d’Europa”, ascoltando la reazione dei Governi dei Paesi dove sono stati eletti. Alle elezioni del 26 maggio, dobbiamo fare sottoscrivere ad ogni candidato l’impegno: 1) “a prendere la parola” nel primo giorno di seduta del Parlamento; 2) “votare la convocazione di un SEMESTRE COSTITUENTE”; 3) “per far ripartire l’integrazione europea bloccata”. …Immagina (“Image”)… UNO…DIECI…VENTI…CINQUANTA…CENTO deputati e deputate, si alzano in piedi e, nelle lingue dei loro popoli, prendono la parola. Poi, iniziano a scrivere: «Modifiche al Trattato dell’Unione Europea»: Articolo 1: «Il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa. I Cittadini sono direttamente rappresentati a livello dell’Unione, nel Parlamento Europeo. Il Parlamento esercita la funzione legislativa, nomina il Governo dell’Unione: gli dà o gli revoca la fiducia» (modifica all’articolo 10 dell’attuale Trattato). …Immagina («Image»): si può, si deve.

Traccia della lezione di Mario Campli_Europa

Europeisti e Sovranisti di Alfonso Pascale eBook

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