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Irpef, cuneo fiscale e patrimoniale: guida alla Finanziaria che verrà

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Di certo c’è che un intervento sulla fiscalità vi sarà. Non lo suggerisce solo la scadenza elettorale del 2018 (con il rinnovo del Parlamento), ma soprattutto i segnali di ripresa dell’economia (le ultime stime indicano nell’1,3% il progresso del Pil per l’anno in corso), che necessitano di essere consolidati. Anche perché, senza interventi, il rallentamento della crescita sarà inevitabile (oggi si prospetta un +1% netto sia per il 2018, che per il 2019), senza dimenticare che proprio dal prossimo anno si fermerà il sostegno della Bce e da quello successivo è lecito attendersi l’avvio del processo di normalizzazione dei tassi ufficiali, trend già in atto negli Stati Uniti.

Irpef, la strada più difficile

L’obiettivo più ambizioso, che Matteo Renzi ha indicato come prioritario subito dopo aver introdotto la misura degli 80 euro mensili ai redditi fino a 26mila euro annui, è il taglio dell’Irpef. Tagliare le tasse a tutti i 30 milioni di contribuenti (quindi metà della popolazione italiana) vorrebbe dire offrire una boccata d’ossigeno a tutte le categorie, senza distinzioni tra dipendenti, atipici, collaboratori, autonomi e imprenditori.

Ma proprio l’ampiezza della platea comporterebbe la necessità di un esborso maggiore. Ipotizziamo che si decida di tagliare di tre punti la prima aliquota, quella del 23%. Il costo sarebbe di circa 6 miliardi e mezzo di euro, gratificando maggiormente le classi di reddito medio-basse, quelle cioè che non sono sottoposte ad altre aliquote perché non dichiarano più di 15mila euro lordi. Reperire una somma simile non appare tuttavia semplice, soprattutto se si considera che – pur ipotizzando la concessione di un’ulteriore flessibilità da parte europea – serviranno almeno 10 miliardi di euro per la prossima Legge di Bilancio. Senza dimenticare che il taglio della prima aliquota richiederebbe un ritocco verso il basso anche della seconda (del 27%, relativa ai redditi tra 15 e 28 mila euro) per evitare una distanza eccessiva che scoraggerebbe la produzione di reddito nel Paese.

Cuneo, più facile la selezione

Ecco che la soluzione più semplice oggi sembra essere quella di agire sul cuneo fiscale, cioè sulla differenza tra quanto incassa il lavoratore e quanto deve sborsare il fattore. Dunque una misura della quale beneficerebbero i dipendenti o le imprese, se non entrambe le categorie, mentre lascerebbe fuori gli autonomi.

La riduzione del cuneo contributivo per tutti i lavoratori dipendenti privati (circa 12 milioni di italiani) costerebbe circa 2,5 miliardi l’anno per ogni punto di taglio. Per dare un senso alla misura, occorrerebbe un taglio del 3%, con un impatto quindi di 7 miliardi e mezzo. Troppi da trovare nelle poche settimane che ci separano dalla prima bozza della Legge di Stabilità.

Più facile che si tagli il cuneo fiscale di 4-5 punti sui giovani neoassunti, con risorse per non oltre 2 miliardi. Un intervento che non produrrebbe certo uno shock positivo per la nostra economia, ma quanto meno ridurre il gap di competitività rispetto agli altri Paesi europei.

Il pericolo da evitare

Al contempo, c’è un grosso rischio di scongiurare: che si cerchi di far cassa dando il via libera all’aumento delle aliquote Iva e/o rendendo ancora più pesante la fiscalità sull’immobiliare. Negli ultimi anni la proprietà edilizia ha subìto un incremento della tassazione locale senza precedenti: dai 9 miliardi di euro di gettito generati dall’Ici si è passati agli attuali 20/21 di Imu e Tasi, con il picco dei 25 miliardi prima dell’eliminazione delle imposte sulla prima casa. Numeri che – sommati a quelli degli altri tributi immobiliari – portano a 50 miliardi il carico fiscale annuale sul settore.

Cercare ancora di far cassa reperendo risorse dal mattone significa rischiare di affossare un intero settore, che è il più importante per la produzione di Pil nel nostro Paese.

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