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Il paesaggio, identità e conflitto

 

 

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In gergo cinematografico si chiama establishing shot. È quella inquadratura — di solito un «totale», cioè un campo larghissimo — che descrive, quasi sempre all’inizio dell’azione, il contesto geografico di una scena. L’esempio classico è quello delle riprese aeree su una metropoli che aprono molti film americani. Al livello più semplice, la funzione dell’establishing shot è dirci dove siamo; ma, a un livello più sofisticato, un paesaggio naturale o antropizzato può anticipare qualcosa di importante sulla vicenda a cui stiamo per assistere.

Un film sulla Val di Susa, ad esempio, non potrebbe prescindere dal fortissimo impatto visivo che subisce chiunque percorra l’autostrada nella zona di Chiomonte. In una valle già pesantemente segnata dal «progresso» degli anni Sessanta, il cantiere militarizzato della Tav racconta con pura forza iconica il conflitto che vi si trascina da anni. Anche in una giornata qualsiasi, senza mobilitazioni o scontri, gli scavi, le recinzioni, i mezzi da lavoro, le auto della polizia offrono un contrasto stridente con il contesto naturale. In questo caso, il paesaggio rivela un conflitto.  Paesaggio e conflitto è appunto il tema dell’undicesima edizione delle «Giornate internazionali di studio sul paesaggio» organizzate a Treviso il 12 e 13 febbraio dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, coordinate da Luigi Latini e Simonetta Zanon. Per due giorni, studiosi di diversi Paesi discuteranno di «esperienze e luoghi di frontiera», cercando di declinare il tema in termini generali, ma anche con una serie di casistiche particolari, dalle pianure alluvionali del Brasile dove i fiumi vengono «cancellati» dalla scena urbana agli agrumeti di Ciaculli sottratti alla mafia.

«Paesaggio» è un concetto affascinante e insidioso: porta con sé l’apparente naturalezza delle cose così come sono e sembra anche evocare una forma di conciliazione tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. In realtà il paesaggio ha una relazione molto dialettica con chi lo guarda, producendo spesso un forte senso di identità comunitaria. Condividere con altri quello che vediamo intorno a noi è il primo motore dell’aggregazione sociale, del riconoscersi tra simili. Un sentimento che si trasforma facilmente in creatore di conflitti.

Basta pensare a quale senso del mondo maturino i tanti giovani palestinesi che hanno come paesaggio quotidiano la vita in un campo profughi; e quanto negli ultimi anni pesi sulla loro anima la scomparsa dell’orizzonte seguita alla costruzione del muro israeliano. Non solo nei campi la vita è grama: il muro priva anche della consolazione di uno sguardo lontano, verso l’infinito. Ti ributta, come uno specchio opaco, nella tua condizione di oppresso senza scampo. Paradossalmente, il muro finisce così per essere insieme strumento di difesa e istigatore del conflitto. Oppure che dire del rapporto tra periferie francesi e nascita di un disagio sociale che sfocia nel jihadismo fatto in casa, come insegna la recente drammatica storia di Amedy Coulibaly? Per non parlare dello stretto rapporto, a Napoli, tra criminalità e natura urbanistica di quartieri come Scampia e Secondigliano…

Il paesaggio crea identità perché ci suggerisce qualcosa riguardo al nostro posto nel mondo: quello che intuiamo può piacerci o meno, producendo reazioni contrastanti. Ma non necessariamente il conflitto si esprime con la violenza. Ci sono situazioni in cui resta sottotraccia, come sintomo di un’alienazione. Percorrendo la campagna casertana, ad esempio, non si può rimanere indifferenti al terribile degrado del territorio: discariche abusive, strade di rifiuti, un generale senso di abbandono. In mezzo a questo, una massa di villette e palazzine costruite in quel malinconico stile che Gianni Celati definiva «geometrile», tutte accuratamente cintate e separate le une dalle altre da muri e cancelli. Se entri in una di queste abitazioni, scopri con sorpresa che la qualità degli interni — per quanto spesso discutibile dal punto di vista del gusto — non ha nulla a che fare con la trascuratezza della parte pubblica dell’edificio. Abbondano mobili, oggetti d’arredamento, quadri e sculture. Il proprietario ci tiene all’immagine che la sua casa dà di lui. Quello che non gli interessa è il paesaggio pubblico, percepito non come responsabilità di tutti, ma come res nullius, «cosa di nessuno». Le desolate immagini che ci arrivano dalla Terra dei Fuochi raccontano così un conflitto che si svolge non tra una comunità e l’altra, ma all’interno della comunità stessa, come inconfessata schizofrenia.

Spostandoci al Nord, un altro caso in cui il paesaggio racconta un conflitto identitario è il Veneto. Un tempo (ma in parte ancora adesso) terra di canali, campagne e colture; oggi, un territorio pesantemente urbanizzato e cementificato, in perenne agonia nei confronti di qualsiasi imprevisto meteorologico. Anche qui (per fortuna) lo spaesamento non produce scontro armato, ma una palpabile tensione dovuta alla perdita del senso di appartenenza, che a sua volta genera una nostalgia irrazionale verso un passato che i residenti sono stati i primi a tradire.

Ma forse la radice del rapporto tra paesaggio e conflitto sta altrove. Riconoscere come «nostro» quello che ci sta intorno è solo una parte della dialettica del guardare. L’altro polo è costituito dal perdersi: perdersi fantasticando, perché «dietro ogni paesaggio c’è sempre un altro paesaggio, che si percepisce con la vaghezza e l’indefinitezza dei fatti immaginativi». Parole di Giacomo Leopardi. Il quale, ne L’infinito, ci dà una dimostrazione poetica di quello che intende. Anche lui si sofferma davanti a un paesaggio amato, «sedendo e mirando». Guarda con gli occhi e insieme immagina con la fantasia quello che non si vede perché nascosto dietro «la siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». E lì il poeta intuisce qualcosa sulla verità del mondo: quello che vede è suo nel momento in cui ne riconosce l’inafferrabilità. Ne deriva la famosa chiusa della lirica, che trasmette il senso di una provvisoria riconciliazione con la vita. Tutto il contrario di chi, guardando un paesaggio, per sentirlo suo comincia a tirare confini e a erigere recinzioni, generando conflitti e guerre.

Davide Ferrario

 

http://lettura.corriere.it/il-paesaggio-identita-e-conflitto/

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