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Il futuro del PD? Non chiedetelo a Bettini.

apascale

Gentile Corrado Augias,

in un’intervista rilasciata a “Repubblica” venerdì scorso, il parlamentare europeo del Pd, Goffredo Bettini, propone lo scioglimento del suo partito. Dice che se Matteo Renzi vuole “fare come Macron” il Pd uscirebbe “dalla tradizione della storia della sinistra italiana”. E aggiunge: “Niente di drammatico; la storia ha retto ben altre tragedie. Anche la sinistra, così, si riprenderà la sua libertà. E si concluderà l’esperienza del Pd”. Si tratta di un esplicito invito a Renzi e alla maggioranza del Pd a chiudere consensualmente l’esperienza del partito fondato da Veltroni e tornare ognuno al punto di partenza.

Formulando tale ipotesi, Bettini chiarisce il senso dell’idea di Pd che egli ha sempre avuto fin dall’inizio: l’unione dei resti di due culture politiche che continuano a sopravvivere fino a quando ci sarà qualche elettore deciso a dare credito alla rendita di posizione, ereditata da un passato che da tempo ormai non esiste più. Ma quelle due culture si erano già esaurite nel 1989, con la caduta dell’Urss e del modo con cui la grande sinistra italiana aveva pensato l’Italia e il mondo.

La cultura derivata dal Pci è stata sconfitta dalla grande storia con la caduta del Muro di Berlino. L’altra, quella democristiana, si è esaurita non solo e non tanto per il logoramento dovuto al lungo periodo di governo, ma anche per essere stata, almeno in parte, ritagliata su un nemico che era venuto meno.

I resti di quelle due culture, mettendosi insieme, si sono sempre rifiutati di fare i conti con se stessi e, quindi, si sono rivelati, al di là delle capacità di governo delle singole persone che li hanno incarnati, inadatti a dare vita davvero ad un nuovo partito. Di qui la lunga e travagliata crisi del Pd.

Il primo taglio netto con la vecchia storia esaurita è stato, a mio modo di vedere, quello dato da Renzi, proprio perché egli non proveniva direttamente e personalmente da nessuna delle due tradizioni politiche da cui – secondo i fondatori – sarebbe dovuto scaturire il Pd. Il Pd nasce, dunque, per la prima volta con Renzi. Oggi il destino di questo partito è legato alla possibilità di dar corpo alla svolta che Renzi ha annunciato e che ancora si deve realizzare. Altrimenti annegherà tra le macerie non digerite del passato. Molte cose sono avvenute: i risultati lusinghieri conseguiti dagli ultimi due governi e l’esito negativo del referendum su una riforma costituzionale che avrebbe potuto rinnovare profondamente l’assetto istituzionale del paese e renderlo finalmente moderno.

Il Pd combatte la sua battaglia con una veduta che deve diventare sempre più chiara sul destino dell’Italia. E’ il punto di equilibrio democratico contro i populismi. Ma è ancora privo di una vera cultura politica e di una propria identità riformista. Il Pd deve mostrare con la pratica e con la proposta che la democrazia rappresentativa va difesa e rinnovata profondamente, non rigettata con il nuovo elitismo autocratico della rete. E deve muoversi nel quadro di un sistema europeo da far evolvere speditamente verso gli Stati Uniti d’Europa – realizzando così l’ispirazione europeista e federalista del Pd – in cui l’Italia dovrà mostrarsi capace di individuare l’interesse nazionale coincidente con l’interesse europeo.

Lei ritiene che sia giustificato accampare verso il nuovo corso impresso da Renzi al suo partito una sorta di diritto di veto in virtù di tradizioni politiche che ormai si sono esaurite?

Cordiali saluti

Alfonso Pascale

 

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