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I faggi stanno morendo e nessuno capisce il perché

faggio

Una malattia che si sta diffondendo rapidamente negli Usa e in Canada e che colpisce anche i faggi europei.

Una nuova misteriosa malattia sta uccidendo i faggi e, mentre cercano una spiegazione, i botanici lanciano l’allarme. La malattia è già stata scoperta in 11 contee dell’Ohio, in 8 contee della Pennsylvania e in 5 contee dell’Ontario, in Canada, ed è caratterizzata da “bande” verde scuro che appaiono tra le venature delle foglie e che rappresentano il primo indizio che un faggio è malato. Nelle fasi successive, le foglie diventano uniformemente più scure, rattrappite, crespe e coriacee. I rami interessati smettono di formare gemme e, col tempo, l’albero muore. I giovani faggi sembrano essere particolarmente vulnerabili e colpiti

Secondo lo studio “Beech leaf disease: An emerging forest epidemic” pubblicato su Forest Pathology da un team di ricercatori dell’Ohio State University (Osu) e dei Metroparks di Cleeveland e di Lake, dal 2012 al 2016, la malattia si è diffusa da una contea dell’Ohio espandendosi a un ritmo di quasi 1.250 acri l’anno. Negli Usa orientali la minaccia riguarda oltre 30 Stati nei quali le faggete sono l’habitat per una ricca biodiversità e forniscono cibo a uccelli e mammiferi.

Uno degli autori dello studio, Pierluigi “Enrico” Bonello. Che insegna patologia vegetale all’Ohio State University,  spiega che «A questo punto, è difficile a dire dove andrà a finire questa malattia, ma ha tutti i tratti distintivi di qualcosa come il minatore smeraldino del frassino o la morte improvvisa della quercia,  minacce agli alberi che iniziano lentamente e prendono rapidamente velocità. Gli alberi non muoiono molto velocemente, ci vogliono alcuni anni. Sembra che in questo momento ci troviamo nella fase di rapida espansione».

Una delle autrici dello studio, Constance Hausman, un’ecologista di Cleveland Metroparks, rivela che la malattia «Nel sistema del parco è stata scoperta per la prima volta nel 2014, nella contea nordorientale di Cuyahoga, e da allora si è diffusa in tutto il distretto del parco. Finora, non ci sono prove documentate di alberi che sviluppano resistenza o che si stanno riprendendo dalla malattia. I faggi sono un alimento e una risorsa di habitat significativi per la fauna selvatica. Non possiamo trattare o gestire efficacemente le nostre foreste di faggio se non sappiamo quale sia la causa del declino».

In realtà a scoprire per la prima volta la malattia delle foglie di faggio nel 2012 sono stati due altri autori dello studio: John Pogacnik del Lake Metroparks nell’Ohio, e Jason Slot, un assistente di genetica evolutiva dell’Osu.

Il team di ricercatori guidato da Carrie Ewing, anche lei dell’Osu,  ha preso in considerazione vari fattori, incluso il ruolo degli alberi nella rimozione del carbonio dall’atmosfera, il mantenimento della biodiversità, gli habitat per la fauna selvatica, la depurazione naturale delle acque, il valore estetico e ricreativo delle faggete e altri servizi ecosistemici, e stima che «Se andassero persi solo la metà dei faggi americani dell’Ohio, si arriverebbe a costi ambientali di circa 225 milioni di dollari». Gli scienziati non sono ancora sicuri di ciò che sta causando la malattia delle foglie del faggio, ma i ricercatori dell’Osu pensano che i sintomi indichino un microbo piuttosto che un insetto. Sulla base di questa teoria, è in corso un lavoro per cercare una spiegazione, confrontando il DNA e l’RNA trovati sulle foglie degli alberi malati a quelli trovati sugli alberi sani. Bonelli e la Ewing stanno impiegando tecniche molecolari in grado di identificare le minuscole differenze microbiche tra gli alberi con la malattia delle foglie di faggio e quelli senza.

Bonello spiega che «La speranza è quella di trovare un ago in un pagliaio – gli alberi malati – confrontandolo con altri pagliai, o con alberi non sintomatici. Si tratta di sottrarre tutte le cose che hanno in comune e trovare ciò che non combacia». In particolare, gli scienziati stanno cercando prove che dimostrino se la malattia è batterica, fungina, virale o forse causata da un fitoplasma.

La Ewing aggiunge: «Non siamo sicuri al 100% che sia un microbo a causare questo, ma i sintomi assomigliano a quelli di altre malattie delle piante causate da microrganismi. Non ci sono infestazioni o perforazioni, o masticazione delle foglie si vedrebbe  di solito se la malattia fosse causata da un insetto». Detto questo, qualche altra ricerca ha indicato come colpevole un microscopico verme nematode.

Oltre ai faggi americani (Fagus grandifolia), la malattia è stata segnalata anche nel faggio europeo o occidentale (Fagus sylvatica) e orientale (Fagus orientalis) pfresenti nei vivai dell’Holden Arboretum nell’Ohio nord-orientale e si tratta di una notizia molto preoccupante, perché, evidenzia Bonrello, «Significa che il rischio della malattia si estende oltre una singola specie, mettendo sotto minaccia più alberi in più aree del mondo«. Quindi anche le faggete italiane recentemente riconosciute come patrimonio dell’Unesco. Ma fino a che gli scienziati non determineranno cosa sta causando la malattia delle foglie di faggio, c’è poco che possano fornire in termini di raccomandazioni specifiche per fermarne la diffusione se non che «In generale, sappiamo che non è una buona idea spostare materiale vegetale sintomatico, ma oltre a questo non possiamo dare alcuna raccomandazione in termini di ciò che potrebbe inibire questa malattia».

Bonello ed Ewing sono fiduciosi che il loro lavoro possa produrre delle risposte entro quest’estate.

La biosicurezza è una preoccupazione fondamentale perché i ricercatori presumono che l’introduzione o la diffusione della malattia sia stata probabilmente il risultato dell’attività antropica: «La diffusione è stata piuttosto rapida – conclude Bonello – In effetti, mi ricorda altre specie aliene invasive che causano problemi di salute delle foreste, nelle quali la diffusione inizia su scala molto piccola, molto lentamente e poi l’espansione cresce quasi esponenzialmente, diffondendosi senza sosta».

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