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Dietro l’ostinazione britannica sul nuovo nucleare ci sono motivi militari?

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Perché il governo del Regno Unito si ostina a investire su una tecnologia palesemente antieconomica come l’atomo, al punto da dare il via alla realizzazione della super-incentivata centrale di Hinkley Point? Se lo chiede un nuovo studio, ipotizzando che i motivi militari siano determinanti.

Dietro l’ostinazione britannica per il nuovo nucleare, arrivata al punto da garantire alla controversa centrale da realizzare a Hinkley Point un incentivo stellare, ci sarebbero motivazioni più militari che energetiche.

A spingere Londra a puntare sull’atomo avrebbe avuto un ruolo determinante l’interesse a mantenere una filiera nazionale per i sottomarini nucleari. L’ipotesi emerge da uno studio pubblicato dalla Science Policy Research Unity della University of Sussex.

Da tempo il governo britannico ha deciso di investire in nuovi reattori nucleari, con l’obiettivo di avere 16 GW di nuova potenza da questa fonte, “low-carbon”, si dice, ma con ben altri problemi e implicazioni.

Dopo una travagliata vicenda decennale, è arrivato anche il via libera definitivo al progetto di Hinkley Point C, firmato a metà settembre dal nuovo governo di Teresa May. Su QualEnergia.it abbiamo spesso messo in evidenza il non senso di questa scelta dal punto di vista economico ed energetico.

Il nuovo impianto – due reattori EPR da 1,6 GW l’uno che dovranno coprire il 7% circa dei consumi elettrici, iniziando a funzionare nel 2025 – costerà 18 miliardi di sterline. Secondo i piani originari l’impianto sarebbe dovuto costare al massimo 10 miliardi di sterline ed essere pronto nel 2017.

Pur di farlo costruire, Londra ha accettato di garantire un incentivo elevatissimo: l’energia prodotta sarà pagata ben 92,50 sterline/MWh per 35 anni (su 60 previsti di vita utile), circa il doppio dell’attuale prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Gran Bretagna.

Il fotovoltaico abbinato a batterie – mostrava polemicamente uno studio dell’associazione britannica del FV – fornirebbe la stessa quantità di elettricità della nuova centrale nucleare con la metà dei sussidi.

Neanche il super-incentivo, d’altra parte, era riuscito subito a sbloccare il progetto. Gli investitori erano a dir poco timorosi, consci forse anche delle complesse vicende degli altri due progetti con la stessa tecnologia, l’EPR, in costruzione in Europa, a Olkiluoto, in Finlandia e a Flamanville, in Francia.

Il reattore di Flamanville, infatti, doveva costare 3 miliardi di euro ed essere pronto nel 2012. Invece ne costerà almeno 10,5 e non entrerà in funzione prima del 2018. L’EPR di Olkiluoto entrerà in funzione forse nel 2018, anziché nel 2009 così come si prevedeva quando si è aperto il cantiere (nel 2005), e con costi quasi triplicati: circa 8,8 miliardi di euro, contro i 3 miliardi dell’originario business plan.

Come riportato da uno studio della danese Aarhus University sui rischi di progetto delle varie tecnologie per la produzione elettrica, il nucleare è un vero disastro in quanto a costi che lievitano e a ritardi: budget overrun medio dell’atomo è del 117,3% dei costi, da paragonarsi al 7,3% dell’eolico e all’1,3% del solare.

Perché dunque il Regno Unito continua su questa strada rischiosa? Una spiegazione potrebbe essere geo-politica: l’investimento di Hinkley Point, per circa 6 miliardi di sterline, coinvolge il gruppo statale cinese CGN e l’impressione è che proprio i cinesi abbiano spinto moltissimo per far approvare definitivamente il progetto.

In ballo ci sono le relazioni economiche tra i due Paesi e la volontà di Pechino di continuare a investire sulle nuove tecnologie nucleari, tanto da aver già puntato i riflettori sullo sviluppo di altri reattori a Sizewell C e Bradley, sempre in partnership con EDF.

Ora il nuovo studio della University of Sussex prova dare anche altre risposte alla stessa domanda e arriva a ricordare quella che è stata una costante nella storia del nucleare civile: il suo essere legato a doppio filo con il versante militare della tecnologia.

Il caso che si cita tipicamente è quello francese: la creazione del parco atomico della Francia è inscindibile dalla volontà di dotarsi della famigerata “force de frappe”, l’arsenale nucleare.

La tabella qui sotto (clicca per ingrandire) mostra chiaramente come a puntare su questa fonte energetica sono state le stesse potenze che l’hanno sfruttata anche sul pano militare, mentre i Paesi che hanno voltato le spalle all’atomo sono anche quelli che non hanno interesse militare per la tecnologia.

La tesi dello studio della Sussex University è appunto che dietro alla volontà britannica di rilanciare il nucleare nel sistema energetico ci sia una strategia militare.

Nella politica energetica pro-atomo del Regno Unito, si sostiene, avrebbe avuto un ruolo determinante la volontà di mantenere operativa a livello nazionale una filiera capace di costruire e operare sottomarini nucleari.

A sostegno dell’ipotesi, lo studio mostra le strette connessioni tra il settore nucleare civile e quello militare in UK, in termini di decisioni sulla filiera di approvvigionamento, sulle competenze e sulle tecnologie.

Proprio in coincidenza con l’inizio della campagna di opinione pubblica sulla ‘nuclear renaissance’ tra il 2003 e il 2006 – si osserva – si sono viste vivaci attività nell’ambito dei sottomarini nucleari.

Lo studio si ferma a un passo dal dimostrare irrevocabilmente la tesi – servirebbero prove che mancano – ma mette in evidenza un fatto inequivocabile: la scelta del nucleare come fonte energetica non ha giustificazioni economiche e ambientali e i motivi che la muovono quasi mai sono trasparenti e quasi mai passano per una scelta democratica.

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