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Cambiamo agricoltura: «La crisi del latte conferma il fallimento della Politica agricola comune»

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Sulla di crisi degli allevatori sardi è intervenuto il presidente Alleanza Cooperative Agroalimentari, Giorgio Mercuri, che ha ammonito: «Le proteste dei pastori sardi per il prezzo del latte non possono essere considerate un problema di ordine pubblico. Siamo di fronte ad una grave crisi economica che investe un settore agroalimentare da tempo in evidente difficoltà e che deve essere affrontata e risolta nel più breve tempo possibile dal governo nazionale nella sua interezza, attraverso l’intervento dei ministeri competenti. Il problema della remunerazione del latte che non riesce a coprire i costi di produzione è una questione che riguarda le complesse dinamiche di mercato che regolano i rapporti di filiera, nella sua componente agricola e industriale. Un problema economico che deve essere analizzato e discusso nelle sedi competenti, attraverso un confronto proficuo con tutti i rappresentanti istituzionali e delle associazioni di categoria coinvolte per l’individuazione di soluzioni di medio lungo periodo».

Quli siano i meccanismi che portano a queste crisi cicliche lo spiega la Coalizione italiana #CambiamoAgricoltura (Aiab, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, FAI Fondo Ambiente Italiano, Federbio, ISDE Italia Medici per l’Ambiente, Lipu BirdLife, Legambiente, ProNatura e Wwf) che ricorda che «La crisi del latte esplosa questa settimana dopo le proteste degli allevatori della Sardegna, è l’ennesima conferma del fallimento dell’attuale Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (Pac), che continua a premiare la rendita fondiaria, le grandi aziende agroindustriali e penalizzare i piccoli agricoltori».

Dopo aver sottolineato «Le responsabilità della Pac nella crisi del latte, ma in generale nelle ormai periodiche crisi dei prezzi delle produzioni agricole italiane«, #CambiamoAgricoltura, che chiede al governo e in particolare al ministro dell’agricoltura, Gian Mario Centinaio, «un impegno serio per una vera riforma della Pac post 2020 che garantisca maggiore sostenibilità economica, ambientale e sociale alla nostra agricoltura».

Al Parlamento europeo la discussione sulla Pac post 2020 inizia domani in Commissione ambiente che voterà sulla riforma della Pac proposta dalla Commissione europea. La Commissione agricoltura dovrebbe votare il 6 o 7 marzo e il voto nella sessione plenaria del Parlamento europeo è atteso in aprile. E le associazioni ricordano che «si dovrà decidere  se ben più di un terzo delle spese comunitarie deve andare a favore di un’agricoltura pulita in grado di produrre cibo sano, ambiente, lavoro nell’interesse di tutti i cittadini oppure continuare come oggi a finanziare lo spopolamento delle campagne, l’impoverimento degli agricoltori e della qualità dei cibi e l’inquinamento da pesticidi».

Il giudizio di #CambiamoAgricoltura è senza appello: «La Politica Agricola Comune della Ue nonostante utilizzi circa il 38% del bilancio comunitario, pari a oltre 55 miliardi di Euro all’anno, ha clamorosamente fallito la ricerca di soluzioni efficaci ai problemi che affliggono il settore agricolo, l’agroecosistema e la società rurale. La crisi del latte di questa settimana è la dimostrazione evidente del fallimento della Pac. Le promesse di realizzare una politica equa e verde, con una necessaria semplificazione burocratica, fatte dall’ultima riforma non sono state mantenute. E’ ormai chiaro che l’attuale politica è inadeguata ad affrontare i problemi economici delle aziende agricole e non contribuisce a risolvere la crisi ambientale globale, come dimostra l’allarme lanciato nei giorni scorsi dai ricercatori in merito alla scomparsa degli insetti. Chiediamo al Governo e al Ministro Centinaio di sostenere la riforma per una Politica agricola comune più coraggiosa a sostegno dell’ambiente e delle piccole aziende agricole. E’ il momento di decidere se continuare a promuovere un modello di agricoltura non più sostenibile per l’ambiente, i cittadini e i piccoli agricoltori oppure se è possibile fare un’alleanza tra istituzioni, cittadini, agricoltori e Ong per cambiare le cose».
Per la Coalizione #CambiamoAgricoltura «Non servono più palliativi per dare risposte concrete alle difficoltà dei nostri agricoltori, serve piuttosto una seria riforma della Pac che eviti l’utilizzo di miliardi di euro di fondi pubblici per sussidi perversi e per arricchire coloro che speculano sulla proprietà dei terreni, e favorisca invece le piccole aziende agricole e zootecniche che garantiscono la qualità delle produzioni “made in Italy».

Gli obiettivi che la coalizione ritiene indispensabili per la futura programmazione sono: «Il sostegno dell’agricoltura biologica (con un auspicato raggiungimento del 40% del territorio agricolo dedicato a tale pratica entro il 2030), il riconoscimento del ruolo dell’agricoltura nella gestione della Rete Natura2000 e la ristrutturazione delle filiere zootecniche:la zootecnia intensivache domina in molte aree europee ma anche in vasti territori del nostro Paese fortemente compromessi sotto il profilo ambientale, rappresenta attualmente la fonte principale di emissioni di gas climalteranti, di azoto e di pressioni insostenibili sui suoli e sulle acque, mentre per le forme di allevamento più sostenibili, che assicurano un autentico presidio del territorio, per gli allevatori non c’è alcuna garanzia di reddito dignitoso».

Ne è convinta anche Greenpeace, che ha appena pubblicato il rapporto “Feeding the problem. The dangerous intensification of animal farming in Europe”” da quale emerge che «Almeno il 70% della superficie agricola dell’Unione Europea (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata all’alimentazione del bestiame. Escludendo dal calcolo i pascoli, oltre il 63% delle terre coltivabili viene utilizzato per produrre mangime per gli animali invece che cibo per le persone».

I ricercatori incaricati da Greenpeace hanno calcolato che «In Europa 125 milioni di ettari di terra sono utilizzati per produrre mangimi o per il pascolo». Tenendo conto dei pagamenti della Pac basati sulle dimensioni delle aziende e dei sussidi che sostengono direttamente la produzione di bestiame, il rapporto stima che «annualmente tra i 28 e i 32 miliardi di euro di pagamenti diretti vanno al settore dell’allevamento, rappresentando circa il 18-20 per cento del bilancio totale dell’Unione».

Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia, evidenza che «Gli scienziati avvertono che dobbiamo diminuire drasticamente la produzione di carne per evitare disastrose conseguenze per l’ambiente, la salute e il clima, ma i sussidi della Pac, invece di incentivare gli agricoltori verso un’agricoltura più ecologica stanno spingendo in una direzione pericolosa. A questo si aggiunge la mancanza di informazioni ufficiali sull’ammontare complessivo dei sussidi Pac destinati alla zootecnia, che è sintomatico di una preoccupante opacità del sistema».

Secondo i dati Eurostat, circa il 72% degli animali allevati in Europa proviene da aziende intensive di grandi dimensioni. Tra il 2005 e il 2013, il numero totale di allevamenti è diminuito di 2,9 milioni, quasi un terzo, a scapito solo delle aziende più piccole. Greenpeace fa l’esempio dell’Italia: «Tra il 2004 e il 2016 ha perso oltre 320 mila aziende (un calo del 38%), ma il numero delle aziende agricole molto grandi è aumentato del 21 per cento, e di quelle grandi del 23 per cento». La Ferrario aggiunge: «Le aziende agricole di piccole dimensioni stanno scomparendo a ritmi allarmanti e il denaro pubblico aiuta quelle di dimensioni maggiori a crescere sempre più. Un ciclo perverso che deve finire».

Risultati si uniscono alle crescenti prove scientifiche dei danni arrecati al clima, all’ambiente e alla salute pubblica dalla produzione edal consumo eccessivo di carne e prodotti lattiero-caseari. Un rapporto di The Lancet pubblicato a gennaio, raccomanda di ridurre del 77% il consumo di carne rossa in Europa.

La Ferrario conclude: «Questo è il momento per invertire la rotta, ce lo chiede il Pianeta e i governi nazionali e il Parlamento europeo non possono non tenerne conto nella negoziazione della prossima Politica agricola comune, che riguarderà il periodo 2021-2027».

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